lunedì 25 marzo 2013

Scoppiato.

     -Al militare, quando uno arrivava al tuo stato, significava che era "scoppiato".-, mi fa mio padre al telefono. Come tutte le persone che parlano poco, mio padre ha sempre ragione. -...si. Non potevo trovare parola migliore. Hai perfettamente ragione, è così, sono scoppiato.-. Se non sei un militare, se ti trovi all'università, scoppiare significa avere così alla nausea un esame da uscire di testa. E' un meccanismo inconscio, vengono fuori tante piccole paranoie inutili e senza senso che cercano disperatamente di avere la priorità sul problema vero e proprio: dover studiare per questo esame di merda.

    E' una condizione strana. Non sei pazzo, non esci pazzo, solo che cambi umore da così a così. Sei irritabile, ti svegli male, dormi male, all'ora di pranzo sei di cattivo umore, all'ora di cena sei di cattivo umore e non hai voglia di vedere nessuno a volte. Pranzi in contemporanea ai vecchi negli ospizi verso le dodici e trenta, ceni in contemporanea alle più ligie suore di clausura verso le diciannove e trenta, ti svegli presto, metti i primi vestiti che non puzzano e vai a studiare.

    -Ciao! Cosa mangi?-. Alla mensa sono quasi di casa, gli inservienti mi conoscono tutti. -Prendo il risotto...porto via.- -Come stai bello?- -Stanco.- -Mamma mia, che palle, solo una cosa sai dire?-. Prova ad essere uno scoppiato sotto esame, prova a sentire ogni giorno la stessa domanda, prova a rispondere ogni giorno con sincerità, prova a evitare di rispondere ad una frase del genere con: -Si vede che non hai mai studiato un cazzo in vita tua.-. Sono scoppiato però, non sociopatico. Sorrido, -Che posso dirti più di questo?-, prendo la busta e vado a pranzare a casa mia.

    I libri di fisica di basso livello contengono esercizi che sembrano fatti per prendere in giro gli studenti. Una volta ho calcolato la pressione che Superman doveva esercitare per bere un succo d'arancia con una cannuccia lunga 200 metri. Un'altra volta ho calcolato la differenza di potenziale che bisognava applicare agli elettrodi alle tempie di un paziente per fargli un simpatico elettroshock alla corrente di 4 milliampère. Il libro sembra volerti umiliare proponendoti situazioni del genere, con la scusa di rendere la didattica più appetibile ad un moccioso della tua età che, mediamente, pensa solo alle belle ragazze e a informarsi su "che ha fatto il Milan". Così, continui a fare esercizi così sperando di non doverne fare mai più in vita tua.

    Il posto in cui vivo è pieno di verde. Il sole primaverile mette di buonumore, cammino sotto il mio felpone nero, mentre un venticello se la prende con i miei capelli sempre spettinati. Vedo gente che conosco. Indossano cose con stampato il nome di altre persone, che sembrano aver rubato i vestiti a qualcuno che ha la mamma così premurosa da scrivere il nome del proprio figlio su ogni capo che indossa. Non vorrei essere nei panni dei piccoli Anthony Morato, dei fratellini Giorgio ed Emporio Armani, o ancora del piccolo Roberto Cavalli quando torneranno negli spogliatoi e si troveranno con un paio di pantaloni o con una magliettina di meno. Se la tirano così tanto da non poter salutare uno con il felpone della Decathlon, non ora che stanno in gruppo. Io li saluto lo stesso, mi metto a ridere e sto in compagnia di qualcuno a cui non fa schifo il mio abbigliamento. Ve lo garantisco, il felpone non l'ho rubato al signor Decathlon, l'ho comprato io.

   Quando sei scoppiato, ogni occasione è buona per ridere. Spunti di cinismo a non finire, a tratti risulti quasi piacevole come quando sei al massimo delle forze. Se sei scoppiato, non sei triste, sei solo costantemente stanco. Una sera come tutte le altre, ti ritrovi al ristorante ad ordinare una pizza. C'è troppa gente, l'attesa è lunga, finchè una del gruppo non propone di ordinare delle pizze ad un'altra pizzeria e di andare a mangiarle tutti insieme in aula studio. Geniale.

    Il sabato sera le aule studio sono vuote. Non credo che siano mai entrate delle pizze in quella stanza, o delle bottiglie di coca cola, ma c'è sempre una prima volta. 15 persone in una stanza bianca, 15 matricole tutte scoppiate, o quasi. Sicuramente io più di tutti. Iniziamo a giocare a giochini stupidi, a proporci indovinelli e barzellette idiote, proprio come nelle migliori assemblee di classe. La lavagna è piena di schemini per rompicapo, fatti da quelli che li vogliono risolvere a tutti i costi, e tu sei lì, a cercare di spremere il meglio anche da te, che per stasera non si studia. Cartoni di pizza sparsi sui banchi e ricordi liceali di feste natalizie, di cui ho fatto a meno da un anno appena. Finito di mangiare, la stessa ragazza di prima propone una partitella a nascondino. Davvero geniale.

    Metti insieme 15 ragazzi tra i 18 e i 21 anni. Mettili a giocare a nascondino in una sera dal cielo aperto. Falli gridare "mamma per me" mentre si schiantano le mani al muro ruvido fino a farsi sangue. Quelli che si mettono a cercare gli altri comunicano tra loro via Whatsapp, mentre ogni tanto qualcuno grida al fiasco, e si spera non venga la sicurezza del posto a rompere il cazzo. Se ti vedono, corri. Corri e basta. Libera te e, se ce la fai, libera tutti. Nel frattempo, un Dante contemporaneo vestito da rapper, ci urla contro qualcosa per prenderci in giro, perchè dovremmo vergognarci di fare una cosa così. Dal chiuso della sua stanza, oltre la porta circondata da sacchetti della spazzatura che non ha voglia di portare al bidone, il giovane scoppiato ride indignato elemosinando attenzioni. Siamo troppo veloci, però, troppo impegnati a non pensare a lui. Scoppiati siamo tutti, sebbene pochi vogliano ammetterlo.

    -Ehi, sarà questo il nostro nascondiglio segreto, non lo dite a nessuno, così per le prossime volte usiamo sempre questo.-, mi dice una durante una partita. Ed io mi nascondo insieme a lei e ad altre quattro scoppiate come me. Lo so già, però, a questo gioco non giocheremo mai più. Il vantaggio di essere scoppiati è la voglia di tornare indietro. Il vantaggio di trovare altri scoppiati è poterlo fare per qualche ora, finchè si è in tempo.

    Non si può mai sapere quando arriverà il momento in cui ripenseremo a questi momenti e proveremo vergogna.

venerdì 15 marzo 2013

Paparazzingher.

Sono arrivato a 2000 visite. Che siate qui per caso o perchè sapete della mia insana passione, vi ringrazio di cuore per il vostro appoggio. Scrivo perchè mi rilassa, ma avere persone che leggono ciò che produco è sempre una soddisfazione enorme. Che vi conosca o meno, che mi conosciate o meno, grazie mille.

E ora qualcosa di completamente diverso.
_________________           ________________            ________________

    "Porco D**!". Afferra i bordi del distributore automatico e lo spinge avanti e indietro. Gli ingranaggi sembrano essere davvero decisi a non dargli ciò per cui ha pagato, così cerca di convincerli con più veemenza. "Porca Ma*****!!", sbotta cercando di spaventare il macchinario, sperando che prenda vita e gli chieda anche scusa. Niente, questo ammasso di ferro sembra proprio essere insensibile, e per giunta ancora meno credente del povero idraulico affamato, che guarda l'orologio e manda affanculo il ladro senza un cuore.

    La cappella è grande quanto una piccola stanza. Ha quattro file di banchi probabilmente presi all'Ikea, qualche sedia accomodante, delle immagini sacre e un piccolo altare intonacato. Il prete ha la stazza di Galeazzi e aspetta tutto il giorno nella piccola stanza, probabilmente fredda. I finestroni permettono di vedere tutto all'interno, anche le domeniche in cui il prete dice la messa ad una platea inesistente. Compie ogni rito da solo, senza nessuno ad ascoltarlo, solo Dio, lui stesso e magari la gente che abita al piano di sopra, sempre se non è da qualche altra parte.

    Credo in Dio, ma non vado molto spesso a messa. Tecnicamente, non vado mai a messa, più che altro perchè ho da studiare. E' una pessima scusa, me ne rendo conto, qualche volta me ne dispiaccio anche, tranne che nei periodi d'esame. In quei periodi non ho tempo nemmeno per dispiacermi, solo per studiare, mangiare e dormire. Vado in aula studio verso le 20 di una monotona domenica sera. Passo di fronte alla cappella, c'è anche qualcuno dentro ad assistere al rito della settimana. Vado a studiare, dopo circa un'ora esco a fare una telefonata. Sono ancora lì, a celebrare la messa. La mia telefonata dura un quarto d'ora e la messa deve ancora finire. Ci credo che non va nessuno a seguirla. Chiudo la telefonata con un sorriso ironico, di cui mi pento qualche secondo dopo.

   Non passa giorno in cui non senta almeno una persona chiamare in causa un santo, la madonna o il megadirettore in persona. Non mi dà fastidio sentire bestemmiare, ognuno è libero di fare ciò che meglio crede, ma per principio non bestemmio. Non bestemmierei neanche se non avessi fede, semplicemente per rispetto di chi ha fede e si sente disturbato dal sentire qualcuno che impreca in quel modo. "Porco D**!". Quando lo sento mi guardo intorno. Trovo sempre qualcuno che si stupisce e sorride, qualcuno che pensava alla stessa cosa e in silenzio approva quelle due sante parole, qualcuno che abbassa la testa e stringe il muso.

   Chi bestemmia non se ne rende conto, non essendo nella dimensione della fede e, magari, non conoscendone neanche le proporzioni. Se si prova a chiedere a chi bestemmia il motivo per cui lo fa, sentirà dire che è normale arrabbiarsi e prendersela con qualcosa che non esiste,  ovvero Dio. Se poi si prova a chiedere come fa ad essere tanto certo che Dio non esista, la risposta sarà qualcosa riguardo alle guerre, alla fame, alle carestie, al fatto che se ci fosse Dio non permetterebbe tutto questo. "Quello è merito del diavolo, non di Dio." "Ehi, senti, che cavolo! Volevo solo bestemmiare, Cr**** Santo!"

   La bestemmia è un atto di potere. Se qualcosa va storto, bisogna dimostrarsi forti. Per dimostrarsi forti e per sfogare la rabbia, ce la si prende contro qualcosa di cui non si ha paura.   Per questo si chiama Dio in causa. Lui in persona o chi sta lì vicino, tutta colpa sua che ha permesso questo. Bestemmiare significa chiedere "Ma perchè a me questa cosa proprio in questo momento?", e quando non si ha la risposta a questa domanda, si trasforma automaticamente in odio contro qualcosa di immenso.

    Dio è il rifugio degli afflitti, ma essere afflitti non va più di moda da un pezzo. Chi crede in Dio è debole, chi bestemmia è forte. Chi crede in Dio segue la moda, chi bestemmia è un ribelle anticonformista. Nessuno vuole essere una pecorella che segue la massa, così tutti iniziano a bestemmiare, per evitare di essere uguali agli altri idioti senza cervello che credono in qualcosa paragonabile a Tonio Cartonio. E' bello ogni giorno avere a che fare con un'enorme massa di anticonformisti. E' una grande vittoria contro il sistema.

   Una splendida sala piena di ultrasessantenni in costume è pronta a scegliere in che modo rispondere alla blasfemia dilagante, in quale persona si tradurrà l'opposto della blasfemia. Vince un tedesco strano dal nome ancora più strano. Sembra Zio Fester con i capelli, o ancora di più somiglia al cattivo di Guerre Stellari. Sceglie un nome che sa di antico, con un numero ancora più strano, ma tutti lo chiamano Paparazzingher.

   La terra del rigore partorisce l'alternativa all'alternativa. Fa un po' paura a vederlo, ma ha un tono di voce che suscita tenerezza. La sua bocca mastica dolci parole italiane e le trasforma in schegge germaniche. Tante consonanti quasi a caso in una figura che suscita il sorriso. Non un nome più appropriato per Paparazzingher.

   E' il nuovo capo di un'istituzione in crisi. Un sistema di regole rigide in una società liquida, che deve cercare di accontentare per evitare di perdere seguaci. La scelta è tra accomodare le scelte di un'umanità in progresso e svolgimento oppure diventare ancora più rigidi e cercare di domare il gregge famelico.

   I concetti ecclesiastici sono troppo complessi per essere spiegati a gente che non ha tempo, bisogna colpire con frasi brevi e significative, che suscitino curiosità ed attenzione. Il nuovo catechismo non è solo un librone inutile, lo danno anche in edicola nel formato tascabile, tutto pieno di risposte alle domande più frequenti in un linguaggio abbordabile anche ai più lenti. Il marketing convince abbastanza e sembrano esserci meno scuse per chi non vuole avvicinarsi al mondo mistico del Signore Iddio solo per pigrizia. Fatto questo, è ora di passare a nuovi slogan e nuove frasi d'impatto. L'aquila germanica non ha posa e batte il pugno sul tavolo di un mondo in rovina. 

   Paparazzingher non si fa attendere, si alza nel suo rigore e sentenzia: "I profilattici non combattono l'HIV, anzi, ne facilitano la diffusione.". Il povero vecchio aveva mancato l'obiettivo, e anche di molto. Probabilmente voleva intendere che "Se non foste tanto fissati con il sesso, vedreste come l'HIV non si diffonderebbe tanto.". Ed è vero, è equivalente al modo migliore per non prendere l'influenza: non uscire mai di casa. Le parole sono importanti, però, ed una frase del genere aveva bisogno di parole più chiare, per quanto discutibile. La reazione dell'opinione pubblica si è potuta tradurre molto banalmente in un: "Ma che cazzo dici?".

    L'anziano ci riprova aprendo ai musulmani. E' un argomento delicato, ma bisogna risolvere anche questo, in nome della stabilità della Santa Istituzione. Indetto un dibattito, anche lui prende la parola, con discorso fermo e deciso, inevitabilmente frainteso. Un discorso contro la guerra santa viene interpretato con qualcosa che suona come "il vostro Dio è un pazzo sanguinario". Inevitabili polemiche e inascoltate le repliche, che hanno il suono di un miagolio in mezzo al traffico caotico. Anche questa volta, tutto il mondo tuona un perentorio "Ma che cazzo dici?"

   E ancora una volta con i negazionisti della Shoah. Non lo vogliono neanche all'università, Paparazzingher. Per giunta viene fuori che lo vogliono ammazzare per dare posto ad un italiano. Questo ed altri documenti segreti vengono fuori, per mano di un hacker e un cameriere traditore. Condannati dal tribunale vaticano, che sembra quasi imbarazzato a doverlo fare, a qualche anno di galera. Paparazzingher, però, non è cattivo. Li perdona e li manda a casa a giocare.

   Paparazzingher è stanco. In un mondo che cambia, nessuno vuole starlo a sentire. Stringe il pugno immerso nell'acqua cercando di prenderne un po', tira fuori il braccio fradicio stringendo il nulla in mano. Ha solo idee antiche in cui credere, ha vissuto in funzione di quelle idee, e il mondo gli ha riso in faccia. Come l'uomo che fallisce, abbassa la testa e va via.

    Cerco di calmare l'ansia prima di essere chiamato all'orale. I professori interrogano due ragazzi alla volta e la gente intorno a me ripete. Accendo il cellulare e vado sul sito di qualche agenzia stampa per vedere che succede nel mondo. Leggo la notizia e mi sembra assurdo. Non era mai successo. In un istante avevo capito ogni cosa, avevo visto le lacrime di un uomo fallito nel breve di una dichiarazione ufficiale. Per quanto non appoggiassi le sue idee, è triste vedere il fallimento di un uomo. Paparazzingher piange e se ne va. Sorridendo dico "Ragazzi, il papa si è dimesso.", ed un piccolo coro mi intima di star zitto, "che cazzo pensi a 'ste cose, coglione, che hai un esame da fare! Cazzo te ne frega del papa!?!".

    Vedendo un vecchio piangere la rovina dei suoi giorni, ho chiesto ai miei coetanei di guardarlo piangere. Ho sentito tuonare anche su di me quella frase perentoria, "Ma che cazzo dici?".

    Mi è parso anche di sentire l'eco di un "Porco D**".

domenica 10 marzo 2013

Cavallette.

   Le giornate di primavera sono belle da passare in bicicletta. Te ne vai per le campagne piene di verde, con il cielo pulitissimo e immerso nel sole. In realtà ho sempre detestato l'insieme dei colori verde dei prati, azzurro del cielo e bianco del Sole. E' un abbinamento che non funziona bene, il verde con l'azzurro e con il bianco. Sembrano i colori della bandiera di uno stato dimenticato dalle relazioni diplomatiche, che sta da qualche parte nel Pacifico, una di quelle bandiere che si vedono ogni tanto, che hai già visto una volta ma non sai di che stato è, poi un giorno te lo dicono e tu fai "Ahh, si, è vero", e il giorno dopo te lo sei già dimenticato.

   Nulla toglie, però, al piacere di una scampagnata. Soprattutto quando non hai troppi doveri e il tuo problema principale è ancora sapere come finisce Dragonball. Immancabile il papà, con tuo fratello già un po' più impegnato di te, ma che un buchino è riuscito a trovarlo. Lasci la bicicletta da una parte e vai verso qualche pianta che attira la tua attenzione. Di colpo, ti arriva un ceffone sul polpaccio, ti giri a vedere e ti accorgi che un'enorme cavalletta ti è saltata addosso. Inizi a scalciare e a maledire qualche specie animale (per i santi è ancora troppo presto), quando finalmente l'insetto cambia obiettivo lasciandoti un bel segno rosso sulla gamba. Io odio le cavallette.

    E' passato molto tempo da allora, ma quella è stata una di quelle sensazioni che non mi riesce di dimenticare, come quella di quando morì il papa, o anche quella della mezzanotte del l'1 gennaio 2000. Il posto in cui abito ora è immerso nella campagna. Tra poco è primavera ed inizio già a temere l'arrivo di qualche cavalletta. Un giorno, andando in facoltà, vedo per terra una sagoma allungata, con due sporgenze verso un'estremità. Riconosco subito quello che ero sicuro che prima o poi avrei incontrato, giro i tacchi e faccio la strada lunga. Dannate cavallette.

   Il pensiero mi accompagna per qualche ora, poi torno a casa e la trovo sempre lì, esattamente dove l'avevo vista l'ultima volta. In un certo senso mi tranquillizzava la cosa, quantomeno non dovevo aspettarmi di vederla sbucare da qualche parte inaspettatamente per ritrovarla a zampettare allegramente sulla mia faccia, mentre maledico sia specie animali che qualche coro angelico in preda al panico.

  Quella sera è piovuto parecchio. Il mattino seguente, uscendo di casa, con un certo sadismo ho immaginato quella bestiola affogata in qualche pozza di fango, per poi trasalire un momento non ritrovandola più nel posto in cui era. Facendomi coraggio, avanzo per la strada che avevo abbandonato, mi guardo intorno e ritrovo la stessa sagoma confinata all'angolo della porta a vetri, girata verso il muro. La cosa mi tranquillizzava di più, quantomeno era lontana dal percorso. Decido di farlo notare a qualcuno, magari ha più coraggio di me ad avvicinarsi a quella cosa.

   Scopro con una certa sorpresa che non sono l'unico a cui fanno schifo le cavallette. Mi sento un po' meno smidollato e quando passo di lì ho un po' meno paura. La cavalletta è rimasta lì per giorni interi, non si è mossa di un secondo. Due erano le ipotesi, o era morta o stava facendo la muta. E nel secondo caso, aveva scelto decisamente il posto sbagliato. Mi avvicino con un collega e decidiamo che la cavalletta stava facendo la muta. Una cosa meravigliosa, ma andava sterminata senza pietà, "prima che qualcuno si possa fare male", dice il mio collega.

   Torno a casa con certi pensieri sull'evoluzionismo e vado a fare il mio solito riposino pomeridiano, non senza sentirmi un tantino crudele nel pensare a come poter distruggere una bestiolina sotto le coperte del mio letto.

   La cavalletta era lì da circa tre settimane, ormai mi ero abituato a quella cosa ferma lì in attesa di qualcosa. Uno sguardo lì ogni volta che passavo non riuscivo a non buttarlo, finchè un giorno non ho visto quella cavalletta completamente rivoltata sul dorso. Tra l'ipotesi che stesse in quella posizione a guardare il soffitto perchè i vicini mettono spesso Gigi D'Alessio a volume alto e l'ipotesi che fosse morta mi è sembrata più evidente la seconda.

   Molto spesso ci sono cose che ci fanno paura, che incontriamo spesso durante il giorno, che ci passano in mente toccando ogni singola cellula e scatenando piccoli tornado di terrore puro condensati in qualche secondo, il cui risultato è il brivido incontrollato tra un boccone e l'altro, mentre si studia o mentre si canta qualche canzone stupida sotto la doccia. E' un mostro in agguato per molto tempo in mente, pronto a saltare fuori alla prima occasione per rovinarci un paio di minuti della giornata.

   La cosa curiosa è che poco a poco, se ci facciamo caso, queste piccole paure, messe insieme nei loro momenti di attacco durante la giornata, a lungo andare riescono a rubarci, sommando i momenti, ore intere della nostra vita, che avremmo potuto destinare all'amico che non sentivamo da tempo, a portare la busta della spazzatura, a guardare il sole facendo un bel respiro di aria fresca. Sono le cavallette a toglierci il tempo per tutto questo, le piccole cose di valore inestimabile, portate via da qualcosa che, alla fine, non era nulla di spaventoso.

   Intanto, una cavalletta se la ride dal paradiso delle cavallette. E' riuscita a godersi la vita senza finire tra le fauci di un gatto o di un cinese di passaggio, ed è riuscita a godersi anche la morte prendendo per il culo una decina di altri animali trenta volte più grandi di lei.

   Stupidi umani.

martedì 26 febbraio 2013

Crisi.

    Il paese si sveglia con le galline. Il custode, il più anziano, se la prende comoda, tanto non si apre prima delle nove. E' una giornata particolare, il custode lo sa, e tra un boccone e l'altro della zuppa di latte pregusta già i dibattiti dei colleghi di una vita. Con un certo dispiacere, toglie le mani dalle tasche per offrirle al vento gelido e ai cardini delle vecchie porte di legno verniciato da troppo tempo. Con mano esperta, spinge le ante senza rompere i vetri ed accende la luce per dare il buongiorno anche alla foto sbiadita di Aldo Moro nella cornice a giorno.

   Uno ad uno arrivano, per poi sedersi attorno al tavolino di plastica. Il termosifone non basta a scaldare la saletta, così ognuno è nel suo cappotto, in silenzio. Si salva la parola, perchè ancora di parola non è momento, ancora di sprecare orazioni e filippiche non è momento. Mancano gli altri. "Scopa!", grida uno, seguito da qualche risata stanca e da una bestemmia. Il televisore dorme ancora, nessuno ha il coraggio di accenderlo, non ancora.

   Non si parla d'altro. Tra i rumori di tazzine, piattini e monetine, il discorso si evita: non si sa mai chi si potrebbe incontrare. Arriva il solito, quello che non si fa mai i fatti suoi, ne trova uno, quello giusto, ed attacca il discorso. "Sei andato a votare?" "No, ancora no." "Eh...l'imbarazzo della scelta." "Già. Ma *** è proprio un buffone..." "Per favore, dai, sono solo le nove...smettila." "Va bene, va bene...tanto vince ****.".

   Sono delle strane elezioni, non si sa già chi sarà a vincere. Da piccolo, guardavo le elezioni in tv, si parlava di rimonte, poi arrivava mio padre e diceva "Vabbè, tanto vince sempre lui...". Io tifavo per lui da piccolo, perchè, come facevano con me, lo prendevano in giro per la sua statura e perchè aveva il nome curioso. Stavolta è diverso. I sondaggi non parlano, non danno nessuno per vinto, proprio perchè pensano tutti di aver vinto. Il silenzio è pesante e tutti sono curiosi. Ti dispiace, in fondo, di non poter andare anche tu a votare, a dire la tua. Questi dannati esami non potranno mai finire, eppure lo senti nell'aria, saranno elezioni strane, ti dispiace di non poter rendere il tuo servizio. Tra un capitolo e l'altro, però, il cellulare è sempre aperto sull'agenzia di stampa, quella che sa tutto prima di tutti, così se succede qualcosa lo sai ed eviti anche di sentirti troppo in colpa.

   Mezza giornata e pennichella. Chiudi gli occhi, e nel frattempo, in qualche locale di Roma succede qualcosa. La tensione è alta, ma lui sembra piuttosto sicuro di sè. Si accende un altro sigaro e parla al telefono con sua moglie. Il collega di una vita ride e scherza, "tanto vinciamo noi, ce la facciamo, stavolta si.". Qualcuno è ancora scettico, ma non andrà come tutte le altre volte. Si sente nell'aria, come se girasse sopra le teste di tutti, il profumo del mattino con l'oro in bocca. Muro per muro rimbomba in silenzio, "Si può fare.".

   Da un'altra parte si batte il pugno sul tavolo, tra un bicchiere di vinello e l'altro. Si festeggia già, come se lo si sapesse, come se ad ogni modo fosse una vittoria. Ci sono tutti, c'è quello che si sta zitto, quello che si è vestito bene, l'amico che si alza e racconta la barzelletta stupida e fa ridere tutti. Ad ogni modo, anche lì vive la vittoria.

    In un altro posto, la tensione alberga come mai. Si respira il sudore freddo, lui, attento, in una stanza regge il telefono e parla con serietà. "Ce la facciamo? Stavolta ce la facciamo?" "Certo che si, ce la facciamo. Ovvio che ce la facciamo. Noi ce la facciamo, ce la facciamo sempre.". Nessuno osa disturbarlo, una volta riattacato il telefono squilla ancora, e lui risponde con calma serafica, come se nulla fosse, come se fosse l'impiegato ideale delle poste. Fuori si cammina, avanti e indietro, si aspettano novità, soffiate, lampi di genio. Finita la telefonata, poggia il telefono. Uno strano silenzio, quasi inatteso e mai voluto. Batte piano i polpastrelli l'uno sull'altro e guarda il riflesso della lampada sulla vetrina della sua stanza. Nessuno sa a cosa stia pensando, neanche lui.

    Dietro i suoi occhiali, dopo mangiato, anche lui aspetta. La domestica sparecchia tavola e la moglie chiacchera amabilmente con l'amica al telefono. Non si è alzato dal tavolo, ed in silenzio aspetta qualcosa. Con il dito, piano, gioca con una mollica di pane, ricordando qualcosa della sua infanzia. Non avrebbe mai pensato di potersi ritrovare a questo punto nella sua vita. Aspettare, anche lui in silenzio, aspettare che accada qualcosa. Un paio di scarpette veloci e un quaderno con la copertina di Dragonball rompono la sua calma. "Nonno, nonno, mi spieghi come si fa la scomposizione in fattori primi?"

   Mancano circa 24 ore al mio esame ed io ho appena finito il programma. Non avrei mai voluto arrivare a questo punto, ma è stato inevitabile. Se non hai buone basi, in poco tempo puoi fare molto poco. Chiudi il libro sperando che basti, uno sguardo all'orologio. I seggi sono chiusi da un bel po', dovrebbero già essere a buon punto con lo scrutinio.

   Iato. Aiuto. Taglio. Lui. Amato. Stravaccato sulla poltrona di finta pelle e con i piedi sulla scrivania, lui gioca al cellulare e neanche si informa. Lo sa già. E' un po' triste, ma lo sa, non potrà arrivare ai livelli dei grandi, neanche stavolta. Qualcuno grida per strada, una porta sbatte. Il grido continua, dice qualcosa, sale le scale faticosamente ed irrompe nell'ufficio. "...E'...incredibile...siamo primi." "Ma cosa stai...?" "Siamo primi. E non sono exit poll.". Il cellulare gracchia un gong e la partita finisce.

   Nessuno se l'aspettava, nemmeno loro. Il Partito dell'Amore Fraterno era al 68%. Avevano stravinto, e per sbaglio. Era uno di quei partiti senza coalizione, uno di quei tanti piccoli partiti di nicchia, di lista, fuori dai grandi gruppi, uno di quei partiti in calce alla scheda, uno di quelli che non vede nessuno. Questa volta l'avevano visto tutti. Lo avevano votato. Avevano vinto.

   Il nonno spiega la scomposizione al nipote e scopre anche lui la grande novità. Non se lo aspettava. Nessuno se lo aspettava. "Beh, che cosa curiosa." pensò, per sorridere senza troppo dispiacere.

   Le bandiere e gli striscioni per i corridoi fanno festa a morto. I sigari sono finiti, mentre piano una lacrima scende. "Cosa, cosa abbiamo sbagliato questa volta?" "Non lo so. Ci abbiamo provato.". Un giovanotto impettito nell'altra stanza si poggia al muro, con la faccia un po' dispiaciuta. "Se avessi vinto io, magari ce l'avremmo fatta. Ma che importa, ora, che importa ormai?"

   Una calca di giornalisti affolla lo studio, mentre il leader del Partito dell'Amore Fraterno li guarda senza parole con la bava alla bocca, come se fossero alieni. Cissy87 continua a mandargli messaggi perchè non si sbriga a fare l'ultimo turno, incosciente di aver giocato una partita con il nuovo presidente del consiglio. "Noi...aiuteremo l'Italia...ad uscire fuori dalla...crisi.", balbetta, mentre pensa: "Forse avrei dovuto fare il ballerino.".

   "Ah, lo sapevo che avrebbero vinto loro! Scopa!" "Bah, io non gioco più.". Il circolo Aldo Moro ha esaurito i discorsi e solo uno tra loro aveva votato il Partito dell'Amore Fraterno. Non se lo aspettavano neanche loro. Si guardano, come bambini, dopo tanto tempo per la prima volta quelle due parole affiorano alla mente. Non venivano fuori dai 5 anni dopo la pensione, finchè il custode non le ufficializza di sua stessa bocca. "E ora?"

   Il bar è tutto pieno. Nessuno parla, nessuno sa parlare. E' come se su ogni giornale, su ogni foglio fosse scritto quel dubbio atavico, quella frase che si diceva da bambini e che non piace dire a nessuno. "E ora?" 

    Un uomo con il pastrano e una valigetta cammina a passo svelto verso l'aereoporto. Occhiali da sole e un berretto in testa, non gli piace farsi riconoscere. "Un biglietto per l'Alaska." "Ma lei...è..." "Io sono un uomo che va di fretta. Alaska." si ficca una mano nella tasca del pastrano e porge al bigliettaio una banconota verde. Il bigliettaio fece il suo lavoro.

    Il nuovo premier non sapeva a chi rivolgersi. Chiamò il commercialista, l'avvocato ed il notaio. I ministri sarebbero stati anche loro, lo avrebbero aiutato, anche stavolta, gli amici di sempre, che lo avevano visto anche ubriacarsi fino a vomitare. Qualcuno pronto a fare il ministro si trova.

   Fu così che un uomo solo e i suoi amici si trovarono l'Italia in mano. E pensare che loro volevano solo sistemarsi il mutuo.

sabato 9 febbraio 2013

Diciamo.

    Davanti a milioni di persone che aspettavano solo lui, fece una cosa che nessuno aveva mai fatto. Proprio a San Pietro, il simbolo della cristianità, fece qualcosa di eclatante per la lotta contro l'AIDS. Non che non sia sensibile alla lotta contro l'AIDS, ma diciamo che, se sei sotto esame, non te ne frega un cazzo.

    Spegni la radio, ti guardi allo specchio e ti rendi conto che è da un po' che non ti fai i capelli. E' stata una strana idea quella di farti crescere i capelli. Dopotutto, sei un tipo che va in giro così come esce dal letto, chiaramente non prima di essersi lavato le orecchie, le ascelle, gli intimi, ma lo shampoo tutti i giorni non si può fare. Te lo sei fatto ieri sera lo shampoo, anzi, ti sei fatto proprio la doccia, e stamattina con quei capelli sembri uno scoppiato, ma diciamo che non te ne frega un cazzo.

    Raccogli una maglietta dalla sedia dell'Ikea indefinitamente adibita ad armadio, controlli se puzza, la butti nella cesta delle robe da lavare e ne prendi un'altra. Il felpone non puzza, non puzzano nemmeno i jeans. Se sei un maschio sotto esame, qualsiasi cosa indossi va bene, l'importante è che non puzzi. Ti guardi allo specchio, quella felpa con quel lupetto non è molto abbinata, ma diciamo che non te ne frega un cazzo.

    Fa freddo, la gente sorride, la gente ti sorride e tu sorridi alla gente. Poi c'è il barista pelato che chiama tutti "Lillo" o "Lilletto", indipendentemente da quale sia il nome delle persone a cui si rivolge, e che ogni volta ti chiede se vuoi un cappuccino. Il cappuccino non lo vuoi mai, non lo digerisci, ed ogni giorno ti chiede se vuoi un cappuccino. Caffè, e poi una di quelle cose che chiamate "danese".

    Addenti il danese congelato, ricordandoti che se chiedessi di riscaldarlo, ti ritroveresti senza apparato digerente. E' buono il danese, anche se sei sicuro che se venisse un danese a fare colazione e gli diceste che quella roba lì la chiamate "danese", sono sicuro che il danese vi riderebbe in faccia, senza pensarci troppo farebbe una foto al danese e la metterebbe su Instagram con l'hashtag #stupiditalians. Diciamo, però, che non te ne frega un cazzo.

   Macchiato, grazie. Il caffè macchiato è perfetto nel modo in cui deve essere fatto. Un caffè ristretto, concentrato, schietto, con una sottile schiuma sopra in cui si versa una goccia di latte possibilmente tiepido. E' così che si fa il caffè macchiato. Il caffè macchiato non lo concepisce, il barista. Il caffè macchiato, ahimè, per lui è il caffè concentrato e stretto con un cucchiaio di schiuma di latte sopra. Non è caffè macchiato, non è niente di ciò che desideravi, ma diciamo che non te ne frega un cazzo.

    Torni in stanza a studiare, a fare tanti esercizi, che l'esame è tosto. Tu sei preparato, sei preparatissimo, pronto a tutto, qualunque cosa. Potrebbe venire immediatamente il professore con il compito e dirti di farlo in quel momento, l'avresti fatto senza fiatare. Se non lo passi tu, che ti piace pure la materia, chi lo dovrebbe passare?

    Ti svegli quella mattina, non fai colazione, che ti tornerebbe alla gola facendo diventare l'esame uno strano film di Tarantino. Fai come hai fatto per i test, vai al bar e compri un pacchetto di caramelle alla frutta, è quella la colazione. Zuccheri, solo zuccheri. Una bottiglia d'acqua, anche, che non si sa mai. Sei gasatissimo, te lo senti dentro di potercela fare. Incontri i colleghi, tutti in ansia. Quale momento migliore per sdrammatizzare, fare un po' il coglione?

    Fai le tue battute migliori, quelle improvvisate, loro ridono, e ridi anche tu. Sei tranquillo, non sei mai stato tanto tranquillo, stai alla grande e ti senti davvero davvero in grado di fare qualunque cosa. Dacci dentro, figliolo. Lo stomaco borbotta per la fame. Hai bisogno di zuccheri, cacci fuori il pacchetto di caramelle, lo apri e ne mangi una. Non sanno di frutta, non sanno di nulla, non sanno neanche di zucchero. Riprendi il pacchetto dalla tasca, lo guardi bene, e sulla confezione troneggia in un enorme rettangolo azzurro cielo la scritta "Senza Zucchero". Diciamo, però, che non te ne frega un cazzo. 

    Inizi a scrivere e l'esercizio non esce. E' facilissimo, si vede che è facile, ma non esce. Una radice quadrata negativa non significa niente. Rifai tutti i calcoli, niente da fare. L'orologio segna quaranta minuti allo scadere del tempo. L'adrenalina sale dappertutto e inizi a scrivere quanto mai avevi scritto. Tre esercizi risolti in sei minuti. Mai così forte. La scossa è finita e sei provato. Continui a scrivere, ma sai già che più di questo non puoi fare. Hai buttato il tempo iniziale, dovevi starci di meno. Giù le penne, e borbotti un breve turpiloquio che puoi sentire solo tu.

    E'andato ormai, non puoi fare nulla. Hai fatto ciò che potevi, solo per quel tempo iniziale, ti sei fregato allora. Cammini da solo, vorresti spaccare i lampioni, trovi due colleghi che ti raccolgono dal tuo sfogo del momento. Scherzano con te, anche loro pensano di non aver fatto il massimo. Va tutto bene, anche se non va tutto bene. Facciamo finta che sia andata bene, facciamo finta che ce la faccio. In fondo hai fatto il resto bene, hai fatto ciò che potevi, ti sei sforzato tanto. Quella scossa lì, poi, è stato il massimo. Torni a casa e non sai cosa fare.

    Aspetti cercando di controllarti, e ti viene non sai cosa. I colleghi arrivano, perchè ti hanno visto andar via di corsa, gli spieghi tutto. Non sei andato malissimo per loro, si può fare, si può fare ancora. Si può fare ogni cosa. Ma diciamo che ora non te ne frega un cazzo, tachipirina e dormi per un'ora e mezza.

   Ti alzi, studi un po', non più di tanto. Continui nonostante la tua vita sia cambiata, non è il liceo, non è l'interrogazione di filosofia, non è il compitino di matematica. Stai studiando roba seria, ormai. Sei diventato grande. Potrà farti stare male, potrà essere dura. Tu lo sai, però, lo sai che non c'è niente di più fico. Lo sai che il tuo tempo migliore lo stai vivendo adesso. Tu lo sai che ogni cosa che studi, la studi per il tuo sogno, per il tuo futuro. Lo sai di potercela fare, lo sai di volere ciò che vuoi e di non volere altro.

   Ti alzi e continui a studiare, nell'attesa. Lo sai di aver fatto il massimo, di non aver potuto fare di meglio in quel momento, sei stato grande per davvero. Studi ed aspetti che esca il foglio degli ammessi, sempre connesso su Facebook aspettando il coglioncello di turno che annunci al mondo la grande notizia, sperando che la sua trepidazione possa salvarlo. Ed in effetti è così.

    Diciamo, però, che di lui non te ne frega un cazzo.

sabato 19 gennaio 2013

Ubriaco.

    Una giornata come tante, a Gubbio. Il cafone porta le pecore a pascolare, il Sole sorge come sempre, un gatto ondeggia sul muretto dell'oratorio, l'acqua delle fontane è fresca, l'aria di primavera solletica il volto stanco dei vecchi mattinieri. I bar espongono i cornetti caldi, ed ogni volta che qualcuno apre la porta per entrare, l'aria nei paraggi si profuma di sfoglia calda, crema al cioccolato fumante mista all'ammoniaca della crema pasticcera. La città si sveglia, e la perpetua, sveglia già da un po', sbuffa mentre passa il mocio sul pavimento dell'altare.

    Le tapparelle sono tutte chiuse e Radio Maria rimbomba alle 8 e 30 nella stanza del parroco. Con un gesto pacato, spegne la sveglia, accende la luce, apre gli occhi azzurri, sbadiglia e sente il fetore della sua stessa fiatella. Guarda l'orologio con aria spenta, si inginocchia, fa il segno della croce e dice le sue preghiere. Guarda Gesù in croce, si sente annebbiare la vista e si ritrova con il mento contro il petto. Rialza la testa, si dà un paio di schiaffi in faccia, ricomincia la preghiera, quando improvvisamente gli si annebbia di nuovo la vista, sente un dolore fortissimo alla faccia e un freddo glaciale.

    Si solleva dal pavimento con il naso indolenzito, ricomincia la preghiera, ma puntualmente si assopisce. Una nottata infame, anche ad un prete può succedere. Ricomincia una terza volta, e questa volta riesce a non interrompersi. Si veste con i suoi soliti abiti, mette il collarino bianco, si guarda allo specchio e sbotta: "Oggi non è giornata."

    Va in cucina, prende la caffettiera dal fornello e si versa un po' di caffè. Prende una fetta di ciambellone e si siede al tavolo per fare colazione. Manda giù un sorso di caffè, e in men che non si dica gli torna su. Un caffè pessimo, disgustoso, che non si corregge neanche con lo zucchero. Apre il frigo e si sciacqua la bocca con un bicchiere di acqua frizzante. Neanche il ciambellone sembra commestibile, e la giornata era già iniziata molto male.

    Si lava i denti e si guarda allo specchio. Il suo naso è tutto rosso, probabilmente per la botta di poco prima. Il naso è l'unica cosa che riuscisse a dare un po' di colore alla sua pelle bianca come un pezzo di intonaco. Sarebbe stato irrilevante se solo tutta la sua faccia fosse stata rossa quanto il suo naso, o almeno un po' più colorita. Il problema era che quel naso così rosso dava al suo volto le spiacevoli fattezze di un ubriaco.

    Si sciacqua il viso con l'acqua gelata, più di una volta, ma proprio nulla riesce ad attenuare quel colore così strano. Sospira, guarda l'orologio e inizia a correre, perchè dieci minuti prima avrebbe dovuto trovarsi sull'altare per la prima messa del giorno.

    Indossa l'abito, la pianeta viola al contrario, tira con forza il campanello e si precipita sull'altare. Le vecchie della prima fila borbottano, lo guardano di sottecchi e parlottano tra loro scuotendo le teste un po' calve. I loro vecchi mariti, seduti in ultima fila, ridacchiano mostrando alle mura della chiesa i loro sorrisi usati. Il sacerdote sospira ed inizia la liturgia.

    Si fanno le dieci, ed è ora della messa dei giovani. Il Sole riempie ogni angolo della Chiesa, che come sempre è piena. Il rosso del suo naso non sembra proprio diminuire, ma la liturgia non può celebrarla nessun altro. Va all'altare un po' imbarazzato, ed inizia la messa per la seconda volta. Finito di leggere il Vangelo, gli si gela la schiena. Si era dimenticato di preparare l'omelia per la messa dei giovani. Aveva preparato solo quella per la messa dei vecchi, ma non per quella dei giovani. Oltretutto, aveva anche dimenticato il foglio in sagrestia.

   I piccoli in prima fila non aspettano che l'omelia divertente del prete buono, il prete che fa tante battute e fa dell'omelia un bel gioco, una lezione divertente con cui passare il resto della settimana. Ma il prete non aveva preparato nulla, e improvvisare non era decisamente il suo forte. Non dice nulla, pietrificato ed imbarazzato. I chierichetti ridacchiano, ed il sacerdote inizia a perdere la pazienza. Respira, arrabbiarsi nel luogo del Signore non è molto conveniente. Si calma, inizia a dire qualcosa e tutto sommato sembra cavarsela. Non improvvisava qualcosa da un bel po', e parlava guardandosi intorno, un po' smarrito, con quel suo naso rosso, proprio come un ubriaco.

   I genitori borbottano, e i bambini ridacchiano. Non si sente il coraggio di confessare di essersi dimenticato, per questa settimana, di preparare l'omelia. Un po' deluso, chiude il suo discorso poco convincente e prega intensamente che la giornata vada un po' meglio.

   Tolti gli abiti, inforca la bicicletta e fa un giro per schiarirsi le idee. Va in campagna, pedala forte, e verso un casolare intravede cinque macchine dei carabinieri ferme davanti al portone. Qualche gendarme cammina avanti e indietro, qualcuno scrive qualcosa e qualcun altro parla con dei civili. Questa volta non gli va, non gli va di curiosare. Non è giornata oggi, la giustizia può fare benissimo senza di lui. Pedala, e non ha altre vie da percorrere per evitare il casolare.

    Stringe i denti, si alza sui pedali e decide di sfrecciare davanti a tutti, di evitarli. Il capitano dei carabinieri lo vede in lontananza lasciarsi alle spalle una nuvoletta di polvere, e lo guarda perplesso. Il maresciallo fa altrettanto, e vedendolo passare davanti a tutti senza neanche salutare, sorride sotto i baffi. Il capitano, soddisfatto di non trovarselo tra i piedi, continua le sue indagini sull'orrenda strage avvenuta la sera prima in quel posto. Il custode del casolare aveva trovato i proprietari sgozzati e stesi in una pozza di sangue, orrendamente accoltellati da mani ignote. La crudeltà di una strage di mafia.

    Il prete corre, corre come un pazzo sulla sua bici, è proprio fuori di sè, neanche lui sa il perchè. Non vuole vedere nessuno. Salta giù dalla bici, la butta per terra, si stende sotto un fico ed inizia a cantare Back in Black degli AC DC. Non credeva di ricordarsela, ma una parola gli usciva dopo l'altra, come se la stesse sentendo da uno stereo vicino a lui. Passa ai Doors e ai Led Zeppelin, finchè non riesce a calmarsi con Lucio Battisti.

    Si è fatto buio, sono le 20 passate e ha dimenticato di dire la messa delle 19. Rinforca la bici un po' imbarazzato e ritorna in paese. Il suo abito nero è sporco di terra dappertutto e la bici non vuole camminare con la seconda. In paese non si fa che parlare del prete che ha detto la messa da ubriaco, è impazzito, da ubriaco, ha preso la bicicletta e se n'è andato. Dev'essere uscito di testa, poverino.

    Il capitano è riuscito a trovare subito il colpevole. Il custode non la contava giusta, e gridava di essere innocente, quindi a maggior ragione era colpevole. Ma al prete non importa nulla di tutto ciò. Entra in canonica, si siede al tavolo, dice la preghiera e mangia la sua cena. La perpetua lo sgrida ininterrottamente per dieci minuti buoni, lui non dice assolutamente nulla, mangia con tutti i vestiti sporchi, i capelli impastati, il naso da ubriaco. Sembra tutto meno che un prete. Finisce il pasto, liquida la perpetua dicendo "Davvero, oggi non è stata una buona giornata.", e va a coricarsi senza nemmeno togliersi le scarpe o farsi una doccia.

    Ogni tanto anche ai migliori capita di avere una giornata storta. Da che mondo è mondo, da cosa nasce cosa: quando i migliori hanno una giornata storta, tutti gli altri attorno a loro ne risentono. Alcuni si sentono tristi e persi, altri, gli invidiosi, soddisfatti, e se, per qualche motivo, a quella persona viene in mente di starsene un po' per fatti suoi, di fare di testa sua per una volta, perderà la sua autorevolezza e le persone che prima pendevano dalle sue labbra troveranno altri miti da seguire. Tutti ricorderanno quel giorno, il giorno in cui anche il prete ha perso le staffe.

    Intanto, anche il maresciallo va a letto, contento finalmente di essersi tolto quello strano sfizio di voler fare una strage e di passarla liscia. Che a Gubbio, a Gubbio accadono sempre cose strane.

    Tutta colpa del prete.

domenica 13 gennaio 2013

Io.

    Di lui si dicevano cose curiose. Una volta, dicevano, aveva visto una mosca poggiarsi sul banco vicino alla sua mano, e con un gesto fulmineo, dicevano, l'aveva presa e se l'era mangiata. Si mangiava anche le unghie, sicuramente più spesso delle mosche, ma era un figo. Un figo che mi stimava, e lo stimavo anche io.

    Quasi di comune accordo, ogni giorno io e lui facevamo a gara a chi se la tirasse di più, campando in aria le storie più assurde, sotto il mai verbalizzato accordo di credere incondizionatamente ad ogni storia che ci raccontavamo, seppure fosse un'evidentissima e colossale stronzata. Mi aveva raccontato, un giorno, che a casa sua aveva un sistema di allarme ultra tecnologico, con i sensori di movimento, di calore e anche i sensori speciali, quelli che sono sensibili ai respiri e alle scorregge.

    Per rispondere degnamente, gli raccontai dei tre pitbull affamati che gironzolavano nel fossato profondo 7 metri scavato nel pavimento del corridoio del mio appartamento al terzo piano. Quella volta, però, aveva deciso di venire meno all'accordo. Iniziò a chiedermi particolari, cosa gli dessi da mangiare, ai pitbull. La carne, ai pitbull piace la carne, però non troppa, altrimenti non sarebbero stati aggressivi. Come facevo ad arrivare in cucina a bere un sorso d'acqua se mi fossi svegliato di notte con la gola secca? Avevo costruito anche un sistema di assi di legno, per evitare di cadere nel fossato, anche se era più semplice portarsi la bottiglia vicino al letto. No, non avevo fatto tutto da solo, mi aveva aiutato anche papà. Finì le sue domande, senza dire niente altro, con la faccia di chi aveva qualche dubbio su quello che avevo raccontato. Da quel giorno non abbiamo avuto più nulla da raccontarci.

    Per un bambino è naturale inventare le storie, dire le bugie, giocare a far finta di crederci, abbandonarsi all'illusione che quello che sta sentendo è verissimo, e rispondere con altrettante storie campate in aria, respirando l'odore dei volti ammirati e creduloni dei propri compagni di giochi, il potere di essere creduti in tutto ciò che si dice.

    Si scopre il peso, la massa della personalità. Si scopre la possibilità di potersi chiamare in causa, di imporsi, basta inserirsi in un discorso, iniziarlo con la parola "Io" e inventare una storia abbastanza interessante per attirare l'attenzione altrui. Dopo una scoperta del genere, tutto il mondo diventa abbastanza piccolo per poterlo coprire con un'ombra sola.    

    Ci si ritrova in gruppo, sempre allo stesso modo, anno dopo anno, ognuno pronto ad aspettare il proprio turno. Si sta in silenzio, si ascolta parlare l'altro pensando "Ma quando finisce, quando tocca a me?", si aspetta il frammento di silenzio tra un discorso e l'altro per iniziare il proprio discorso con "Io", e farcire il resto di ogni cosa di cui si può farcire un discorso. Un'abitudine a cui si prende facilmente gusto.

    La sera di qualche giorno dopo Natale, mi sono visto con persone che non vedevo da tempo. Ogni volta è sempre bello rivedersi, soprattutto con chi si ha condiviso qualche anno della propria vita. Non tutti potranno andarti a genio, ma nel grande gruppo resisti per quelli a cui tieni davvero, come si è sempre fatto, come fanno tutti.

   Tra un racconto e l'altro, si ride e si scherza, con risate più o meno sguaiate, a cui mi lascio volentieri andare qualche volta. Quella piazza di solito si riempie poco, non solo perchè è molto grande, ma anche perchè, tradizionalmente, oltre ad essere un luogo storico, è un posto perfetto per fornicare. Ci si siede con la propria metà sugli scalini della chiesa e ci si scambia effusioni profane sotto l'occhio addormentato del palazzo del vescovo. Il palazzo pieno di preti, di suore, frati e novizi, resta immobile nei suoi principi, e non può dire nulla ormai. Il palazzo ha già fatto i suoi tempi, li lascia fare.

   E' bello come un ragazzo, per farsi bello agli occhi di una ragazza, si mostri nella sua forza unica e insuperabile, circondato dai suoi amici, di solito due o tre, che circondano il suo Io e gli puliscono la strada con i pantaloni consumati che foderano i due terzi delle suole delle loro scarpe, ridendo ad ogni stronzata che dice. Un simpatico teatrino che si ripete ogni volta, di cui ogni volta la ragazza finge di stupirsi. Tre sagome uscite da un film di De Sica che ripetono le stesse battute e una scimmietta che ride come una iena, indecisa se entrare o meno nella strana compagnia. Tanto alla fine si ritorna al palazzo del vescovo, in nome del sessantotto, e pure del sessantanove.

   Quella sera, il mio gruppo aveva interrotto una di queste compagnie, proprio al palazzo del vescovo. Stasera si recita a braccio, e si prende spunto da ogni cosa, anche da un gruppetto animato riunito in una rimpatriata. Si ride, si scherza, si gioca, si fa i coglioni tutti insieme, come nelle migliori assemblee di classe degli ultimi quindici anni. Si abbandona ogni maschera, ed ogni parola sprizza felicità, ogni risata urla al mondo la sincerità di un "Sono contento di rivederti."

  Il capocomico guarda sbigottito quelli che hanno osato uscire fuori dal loro copione, quelli sgarbati senza contegno che si lasciano andare alle risate sguaiate fuori da una pizzeria di paese, addirittura in mezzo alla strada. Raccoglie ogni pezzo del suo Io e dopo un respiro sbotta: "Cosa diavolo state facendo?".

   Lorsignori sono persone perbene, mai si lascerebbero andare a certe cose fuori da una pizzeria di paese, in mezzo alla strada, che si farebbe brutta figura, ci si prenderebbe per coglioni. Indicano e sghignazzano, e anche lei ride. Battono i loro piedi per terra, elemosinando attenzione per uno scontro personale, per dimostrare la loro forza e prendersela con il primo che passa.

   Sono tutti troppo impegnati, però, troppo felici per pensare a loro, per ascoltare altri Io, e il capocomico, ferito nell'orgoglio, si alza e fa un cenno agli altri, per cambiare zona. Abbraccia lei, per proteggerla dal focolaio di follia generalizzata, e con un colpo di coda sentenzia: "Siete proprio dei froci.", anche se nel mio gruppo c'erano solo ragazze e l'unico ragazzo ero io, che omosessuale non lo sono nemmeno.

   I quattro Io si trascinano via, contenti di aver vinto il loro premio giornaliero, di aver difeso la loro integrità e la loro normalità. Un vero Io non si lascia mai andare, un vero Io, quando è triste e vede gli altri felici, disprezza la loro felicità e la marchia come follia. Un vero Io non lascia mai vedere ciò che prova davvero, vive di conquista, circonda gli altri abbagliati da lui e  decide cosa è giusto e cosa è sbagliato. Gli altri concordano, gli altri applaudono e seguono il primo, cercano la sua approvazione. L'Io forte illumina gli altri, che vorrebbero diventare come lui, e se provano a sfidarlo sono sconfitti dalla sua forza travolgente.

   Tanto travolgente da convincerli che un pezzo di oro sia un pezzo di merda.