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venerdì 27 febbraio 2015

Professori.

      Caro Diario,
all'inizio del mese è successo che ho rifiutato un voto. Nelle due settimane tra la prima e la seconda data, dato che non avevo un granchè da aggiungere alla preparazione che già avevo, mi sono chiesto a cosa serve un esame.
      Con il nome che mi ritrovo, quando va bene sto più o meno a metà elenco. Ho avuto una mattinata intera per pensarci, guardando gli esami degli altri e anche il mio. Stavano proprio tutti i professori oggi, 80 studenti sono un numero bello grande. Pure quella che teneva un'ora, ecco, pure lei le persone le ha tenute mezz'ora. Poi è toccato a me.
       Mi ha chiamato il mio prof preferito, bravo bravissimo bravo bravissimo fortunatissimo, stimatissimo, l'ho apprezzato proprio tanto. Mi sono seduto e sono partito proprio bene. E io parlavo, parlavo, poi ad un certo punto è arrivato un amico del professore e ha iniziato a parlare con lui. Io mi sono fermato un istante, lui mi ha detto di continuare. Poi ha iniziato a fare cose al telefono, non mi guardava neanche.
       Mi avrà chiesto al volo quattro argomenti, sarà che andava anche un po' di fretta. Poi si è interrotto un altro paio di volte, -No, guarda, domani non posso venire, ho da fare l'esperimento della fusione!-. Io me lo immaginavo lì, con gli occhialetti alla Doc Brown in una stanza piena di fulmini ad esclamare -Grande Giove!-. Ed io ridevo, sorrideva anche lui, era un clima disteso. Poi abbiamo chiuso l'interrogazione, mi ha messo il voto e gli ho fatto i complimenti per le sue lezioni, -le ho trovate ottime, ci tengo a dirglielo ad esame concluso!-. Sono andato bene tutto sommato, ma in quel momento credo di aver trovato, oltre ad una firma storta sul libretto, anche una risposta a quella domanda.
       Credo che gli esami servano ad un paio di cose. Oltre a costringere gli studenti a studiare, servono anche a farli stare con i professori a tu per tu per un momento, a far vedere al singolo studente l'importanza che ha per il professore. Ecco, io sono contento per il voto, ma non sono contento per l'interrogazione perchè non l'ho trovato uno scambio umano.
        Io quando parlo con le persone cerco di non avere un cellulare in mano, cerco di stare a sentire quello che hanno da dire. Magari mi scappa di mandare dei messaggi, soprattutto quando sono contento e sono uscito dall'esame, però anche lì cerco di limitarmi. Se non posso ascoltare qualcuno con attenzione, magari gli dico -Mi devi scusare, oggi sto così, dammi un attimo che ho bisogno di due secondi.-. Se sto sentendo uno studente e viene un amico a salutarmi, gli dico -Scusa, sto esaminando, ci becchiamo dopo.-
        In conclusione, penso che gli esami servano a sfatare i professori. Che poi, ci ho anche pensato all'interrogazione, mi sono sentito proprio un coglione a fargli i complimenti dopo avermi trattato con un buon voto, ma con poco rispetto.
     Penso che gli esami servano a far capire agli studenti come sono realmente i professori e a fargli pensare, quando serve, -Se dovessi diventare un giorno un professore, non voglio essere come lui.-

martedì 16 luglio 2013

Giallo.

      Signori, signori! Se sono qui oggi è per presentare un'idea fantastica. Qui ci vuole un po' di modernità. Queste case dello studente potevano andar bene negli anni di piombo, questi palazzoni strani, che i bambini quando passeggiano con i loro genitori non sanno neanche che cosa ci fanno dentro (e figurarsi i genitori come dovrebbero fare a rispondere ai loro dubbi), questi edifici stantii potevano andar bene tanti anni fa! Ma ora, ora i giovani cercano qualcosa di nuovo! I giovani adorano l'estero, adorano l'esotico, quello che vedono nei telefilm! E diamoglielo, per Diana!

      Il cortile strano di mattonato casalingo da esterni circonda i blocchetti stile lego immersi in chiazze di verde versate a caso da una brocca piena di acqua e sciroppo alla menta in un giorno d'estate. Ogni tanto qualche panchina. Gli alberi gridano insensatezza, prelevati da ogni posto d'Italia e costretti al reciproco imbarazzo ed un tabellone giallo sbiadito da qualche estate reclama l'esistenza di una specie di ecosistema qui dentro. Caro signor architetto designer di esterni (e magari pure di interni), cosa ti ha fatto pensare che questo poteva in qualche lontano modo ricordarmi un telefilm americano?

      I ragazzi arrivano a trovarsi nello stesso imbarazzo tra una quercia del Piemonte e un albero strano del Sannio, che potranno avere senz'altro molto da dirsi, ma insieme al cespuglio delle Marche, al roseto della Campania e alla cicas di importazione finiranno per fare piazza. E alla fine il telefilm americano ce l'avevamo già nei paesini qualunque di ogni posto qualunque, solo che qui a far piazza ci sono persone da ogni angolo.

      Un paio fornica nella penombra e cammino in compagnia. I fari intorno gridano di giallo coni di sentiero morbidamente asfaltato, a dar tregua al tremendo mattonato rossastro. Finestre gialle di vetri gialli con tende gialle attendono verdetti alla luce, mangiando angoli alla notte. Si parla e ci si siede. Le infradito scricchiolano sulla ghiaia irrigata per sbaglio, in lontananza il deposito dei bus languisce faretti multicolore di giallo. La luna al tramonto si inzuppa di follia sanguigna, e gli occhi bianchi della notte non vogliono farsi vedere.

      Il bello è che non c'è molta gente. Non c'è nessuno, ed ogni eventuale gruppo si tiene a debita distanza dagli altri. Ogni palazzetto urla di giallo dalla bocca, e i ballatoi sembrano corridoi carcerari con porte in alluminio per ogni cella. Le cavallette sferzate dal freddo gentile si trascinano in una sera troppo fredda per restare con bermuda e infradito, tra discorsi di un certo spessore. Se sei sotto esame, non hai tempo per questo. Studiare assorbe ogni cosa, anche la voglia di guardar fuori dalla finestra. Non te ne frega un granchè di niente, studi e basta, poi arriva l'ansia delle ore prima, ed è tutto in funzione di quella data.

      Cerchi di star comodo, dieci minuti alla scrivania, dieci minuti in piedi, dieci seduto all'indiana sul letto, eppure la plafoniera gialla spietata resta sempre quella. Apri la finestra, ma il Sole non è un granchè diverso. Sputa raggi gialli sul pavimento verde, senza neanche preoccuparsi dell'accostamento. Finchè anche il Sole folle e giallo sta nel cielo, finchè continua il mattino, va tutto bene. Scende il tramonto, con gli occhi cerchi di aggrapparti all'ultimo filo giallo del pallone di fuoco che corre via per un calcio troppo forte, ed ogni studente lo guarda e con gli occhi grida "Palla!", come se qualcuno potesse ridarglielo indietro. Ed è notte, i lampioni gridano indietro istanti di quel Sole che è andato via, reclamano alla povera notte istanti di giorno, come il pazzo che cerca di tagliare anche il piatto dopo aver finito la bistecca.

      E la follia del Sole è crudele nel giorno cruciale. Grida storie di mare, di passeggiate anni prima e di amori mai nati, strappa istanti al passato senza pietà, mentre il presente languisce in ogni angolo. Oggi c'è l'esame. Entra negli occhi e inietta follia, sguardi di piccoli uomini come maiali al mattatoio, i macellai calano scuri di inchiostro sulle loro giugulari, schizzi di sudore e spruzzi di fatica. E' un momento, e poi basta.

     L'atrio pullula di anime di maiali morti scannati, con numeri dallo zero al trentellòde. I macellai stanchi vanno a fare quello che fa un macellaio dopo la mattanza, e le anime vagano un po' dove gli pare.

      La sveglia suona come un amico trascurato, "ma oggi non studi?"  "E perchè?". Perchè studiare. Perchè alzarsi. Perchè esiste il mattino. Perchè. Mi alzo, e non so cosa faccio. Ieri a 48 ore studiavo, oggi faccio il bucato, lo faccio a mano per perdere tempo. Il Sole amorevole, follia è sconosciuta. Il giallo del pallone di fuoco redime le anime perdute e la plafoniera ammansisce il pigrone. Ed è lecito stare tre quarti d'ora sul cesso, è lecito tutto, non hai veramente un cazzo da fare.

      Ed è mezzogiorno, e non hai un cazzo da fare. Il Sole giallo è così dolce che alla lunga rompe i coglioni. Chiami qualcuno, state insieme, ma dopo un po' è come se aveste finito le cose da dire. State seduti, un'ombra gialla entra dalla finestra e danza immobile sul tavolo. E ora che si fa?

      Il libro è chiuso, ed aspetti la notte, aspetti la sera, perchè la sera ti ispira. Stasera non dormo, stasera faccio casino e basta. Stasera sto sveglio, stasera non c'è il Sole, basta con questo giallo, voglio il buio. Decido io dove ci sia la luce, decido io di star sveglio, di evadere dalla follia generale, che per qualche giorno non mi colpirà. Basta.

     La sera di colpo arriva, ed eccoti lì, con le infradito con il tempo che fa, con il freddo che ti passa tra i peli e le cavallette che camminano a fatica. Parli e la notte continua, la notte va avanti. Hai aspettato la fine del giorno, hai aspettato che il Sole andasse via, che ti lasciasse stare con il suo bipolarismo. Poi ci si saluta, che gli altri hanno sonno. E tu sonno non hai. Vai a letto, ti metti il computer sulle gambe ed inizi a scrivere finchè è notte. Il giallo non lo sopporti più, eppure se è solo il tuo, se è solo la tua stanza, è un giallo tranquillo, è un giallo sopportabile. Finalmente notte, finalmente scrivo, di nuovo. Finalmente la follia non mi tocca. Finalmente non sono sotto esame. Finalmente la notte è mia amica, non ho bisogno del giorno, non ho bisogno del Sole.

     Finalmente notte. Ora cosa fai?
     Oh, beh, aspetto che fa giorno.

lunedì 25 marzo 2013

Scoppiato.

     -Al militare, quando uno arrivava al tuo stato, significava che era "scoppiato".-, mi fa mio padre al telefono. Come tutte le persone che parlano poco, mio padre ha sempre ragione. -...si. Non potevo trovare parola migliore. Hai perfettamente ragione, è così, sono scoppiato.-. Se non sei un militare, se ti trovi all'università, scoppiare significa avere così alla nausea un esame da uscire di testa. E' un meccanismo inconscio, vengono fuori tante piccole paranoie inutili e senza senso che cercano disperatamente di avere la priorità sul problema vero e proprio: dover studiare per questo esame di merda.

    E' una condizione strana. Non sei pazzo, non esci pazzo, solo che cambi umore da così a così. Sei irritabile, ti svegli male, dormi male, all'ora di pranzo sei di cattivo umore, all'ora di cena sei di cattivo umore e non hai voglia di vedere nessuno a volte. Pranzi in contemporanea ai vecchi negli ospizi verso le dodici e trenta, ceni in contemporanea alle più ligie suore di clausura verso le diciannove e trenta, ti svegli presto, metti i primi vestiti che non puzzano e vai a studiare.

    -Ciao! Cosa mangi?-. Alla mensa sono quasi di casa, gli inservienti mi conoscono tutti. -Prendo il risotto...porto via.- -Come stai bello?- -Stanco.- -Mamma mia, che palle, solo una cosa sai dire?-. Prova ad essere uno scoppiato sotto esame, prova a sentire ogni giorno la stessa domanda, prova a rispondere ogni giorno con sincerità, prova a evitare di rispondere ad una frase del genere con: -Si vede che non hai mai studiato un cazzo in vita tua.-. Sono scoppiato però, non sociopatico. Sorrido, -Che posso dirti più di questo?-, prendo la busta e vado a pranzare a casa mia.

    I libri di fisica di basso livello contengono esercizi che sembrano fatti per prendere in giro gli studenti. Una volta ho calcolato la pressione che Superman doveva esercitare per bere un succo d'arancia con una cannuccia lunga 200 metri. Un'altra volta ho calcolato la differenza di potenziale che bisognava applicare agli elettrodi alle tempie di un paziente per fargli un simpatico elettroshock alla corrente di 4 milliampère. Il libro sembra volerti umiliare proponendoti situazioni del genere, con la scusa di rendere la didattica più appetibile ad un moccioso della tua età che, mediamente, pensa solo alle belle ragazze e a informarsi su "che ha fatto il Milan". Così, continui a fare esercizi così sperando di non doverne fare mai più in vita tua.

    Il posto in cui vivo è pieno di verde. Il sole primaverile mette di buonumore, cammino sotto il mio felpone nero, mentre un venticello se la prende con i miei capelli sempre spettinati. Vedo gente che conosco. Indossano cose con stampato il nome di altre persone, che sembrano aver rubato i vestiti a qualcuno che ha la mamma così premurosa da scrivere il nome del proprio figlio su ogni capo che indossa. Non vorrei essere nei panni dei piccoli Anthony Morato, dei fratellini Giorgio ed Emporio Armani, o ancora del piccolo Roberto Cavalli quando torneranno negli spogliatoi e si troveranno con un paio di pantaloni o con una magliettina di meno. Se la tirano così tanto da non poter salutare uno con il felpone della Decathlon, non ora che stanno in gruppo. Io li saluto lo stesso, mi metto a ridere e sto in compagnia di qualcuno a cui non fa schifo il mio abbigliamento. Ve lo garantisco, il felpone non l'ho rubato al signor Decathlon, l'ho comprato io.

   Quando sei scoppiato, ogni occasione è buona per ridere. Spunti di cinismo a non finire, a tratti risulti quasi piacevole come quando sei al massimo delle forze. Se sei scoppiato, non sei triste, sei solo costantemente stanco. Una sera come tutte le altre, ti ritrovi al ristorante ad ordinare una pizza. C'è troppa gente, l'attesa è lunga, finchè una del gruppo non propone di ordinare delle pizze ad un'altra pizzeria e di andare a mangiarle tutti insieme in aula studio. Geniale.

    Il sabato sera le aule studio sono vuote. Non credo che siano mai entrate delle pizze in quella stanza, o delle bottiglie di coca cola, ma c'è sempre una prima volta. 15 persone in una stanza bianca, 15 matricole tutte scoppiate, o quasi. Sicuramente io più di tutti. Iniziamo a giocare a giochini stupidi, a proporci indovinelli e barzellette idiote, proprio come nelle migliori assemblee di classe. La lavagna è piena di schemini per rompicapo, fatti da quelli che li vogliono risolvere a tutti i costi, e tu sei lì, a cercare di spremere il meglio anche da te, che per stasera non si studia. Cartoni di pizza sparsi sui banchi e ricordi liceali di feste natalizie, di cui ho fatto a meno da un anno appena. Finito di mangiare, la stessa ragazza di prima propone una partitella a nascondino. Davvero geniale.

    Metti insieme 15 ragazzi tra i 18 e i 21 anni. Mettili a giocare a nascondino in una sera dal cielo aperto. Falli gridare "mamma per me" mentre si schiantano le mani al muro ruvido fino a farsi sangue. Quelli che si mettono a cercare gli altri comunicano tra loro via Whatsapp, mentre ogni tanto qualcuno grida al fiasco, e si spera non venga la sicurezza del posto a rompere il cazzo. Se ti vedono, corri. Corri e basta. Libera te e, se ce la fai, libera tutti. Nel frattempo, un Dante contemporaneo vestito da rapper, ci urla contro qualcosa per prenderci in giro, perchè dovremmo vergognarci di fare una cosa così. Dal chiuso della sua stanza, oltre la porta circondata da sacchetti della spazzatura che non ha voglia di portare al bidone, il giovane scoppiato ride indignato elemosinando attenzioni. Siamo troppo veloci, però, troppo impegnati a non pensare a lui. Scoppiati siamo tutti, sebbene pochi vogliano ammetterlo.

    -Ehi, sarà questo il nostro nascondiglio segreto, non lo dite a nessuno, così per le prossime volte usiamo sempre questo.-, mi dice una durante una partita. Ed io mi nascondo insieme a lei e ad altre quattro scoppiate come me. Lo so già, però, a questo gioco non giocheremo mai più. Il vantaggio di essere scoppiati è la voglia di tornare indietro. Il vantaggio di trovare altri scoppiati è poterlo fare per qualche ora, finchè si è in tempo.

    Non si può mai sapere quando arriverà il momento in cui ripenseremo a questi momenti e proveremo vergogna.

sabato 9 febbraio 2013

Diciamo.

    Davanti a milioni di persone che aspettavano solo lui, fece una cosa che nessuno aveva mai fatto. Proprio a San Pietro, il simbolo della cristianità, fece qualcosa di eclatante per la lotta contro l'AIDS. Non che non sia sensibile alla lotta contro l'AIDS, ma diciamo che, se sei sotto esame, non te ne frega un cazzo.

    Spegni la radio, ti guardi allo specchio e ti rendi conto che è da un po' che non ti fai i capelli. E' stata una strana idea quella di farti crescere i capelli. Dopotutto, sei un tipo che va in giro così come esce dal letto, chiaramente non prima di essersi lavato le orecchie, le ascelle, gli intimi, ma lo shampoo tutti i giorni non si può fare. Te lo sei fatto ieri sera lo shampoo, anzi, ti sei fatto proprio la doccia, e stamattina con quei capelli sembri uno scoppiato, ma diciamo che non te ne frega un cazzo.

    Raccogli una maglietta dalla sedia dell'Ikea indefinitamente adibita ad armadio, controlli se puzza, la butti nella cesta delle robe da lavare e ne prendi un'altra. Il felpone non puzza, non puzzano nemmeno i jeans. Se sei un maschio sotto esame, qualsiasi cosa indossi va bene, l'importante è che non puzzi. Ti guardi allo specchio, quella felpa con quel lupetto non è molto abbinata, ma diciamo che non te ne frega un cazzo.

    Fa freddo, la gente sorride, la gente ti sorride e tu sorridi alla gente. Poi c'è il barista pelato che chiama tutti "Lillo" o "Lilletto", indipendentemente da quale sia il nome delle persone a cui si rivolge, e che ogni volta ti chiede se vuoi un cappuccino. Il cappuccino non lo vuoi mai, non lo digerisci, ed ogni giorno ti chiede se vuoi un cappuccino. Caffè, e poi una di quelle cose che chiamate "danese".

    Addenti il danese congelato, ricordandoti che se chiedessi di riscaldarlo, ti ritroveresti senza apparato digerente. E' buono il danese, anche se sei sicuro che se venisse un danese a fare colazione e gli diceste che quella roba lì la chiamate "danese", sono sicuro che il danese vi riderebbe in faccia, senza pensarci troppo farebbe una foto al danese e la metterebbe su Instagram con l'hashtag #stupiditalians. Diciamo, però, che non te ne frega un cazzo.

   Macchiato, grazie. Il caffè macchiato è perfetto nel modo in cui deve essere fatto. Un caffè ristretto, concentrato, schietto, con una sottile schiuma sopra in cui si versa una goccia di latte possibilmente tiepido. E' così che si fa il caffè macchiato. Il caffè macchiato non lo concepisce, il barista. Il caffè macchiato, ahimè, per lui è il caffè concentrato e stretto con un cucchiaio di schiuma di latte sopra. Non è caffè macchiato, non è niente di ciò che desideravi, ma diciamo che non te ne frega un cazzo.

    Torni in stanza a studiare, a fare tanti esercizi, che l'esame è tosto. Tu sei preparato, sei preparatissimo, pronto a tutto, qualunque cosa. Potrebbe venire immediatamente il professore con il compito e dirti di farlo in quel momento, l'avresti fatto senza fiatare. Se non lo passi tu, che ti piace pure la materia, chi lo dovrebbe passare?

    Ti svegli quella mattina, non fai colazione, che ti tornerebbe alla gola facendo diventare l'esame uno strano film di Tarantino. Fai come hai fatto per i test, vai al bar e compri un pacchetto di caramelle alla frutta, è quella la colazione. Zuccheri, solo zuccheri. Una bottiglia d'acqua, anche, che non si sa mai. Sei gasatissimo, te lo senti dentro di potercela fare. Incontri i colleghi, tutti in ansia. Quale momento migliore per sdrammatizzare, fare un po' il coglione?

    Fai le tue battute migliori, quelle improvvisate, loro ridono, e ridi anche tu. Sei tranquillo, non sei mai stato tanto tranquillo, stai alla grande e ti senti davvero davvero in grado di fare qualunque cosa. Dacci dentro, figliolo. Lo stomaco borbotta per la fame. Hai bisogno di zuccheri, cacci fuori il pacchetto di caramelle, lo apri e ne mangi una. Non sanno di frutta, non sanno di nulla, non sanno neanche di zucchero. Riprendi il pacchetto dalla tasca, lo guardi bene, e sulla confezione troneggia in un enorme rettangolo azzurro cielo la scritta "Senza Zucchero". Diciamo, però, che non te ne frega un cazzo. 

    Inizi a scrivere e l'esercizio non esce. E' facilissimo, si vede che è facile, ma non esce. Una radice quadrata negativa non significa niente. Rifai tutti i calcoli, niente da fare. L'orologio segna quaranta minuti allo scadere del tempo. L'adrenalina sale dappertutto e inizi a scrivere quanto mai avevi scritto. Tre esercizi risolti in sei minuti. Mai così forte. La scossa è finita e sei provato. Continui a scrivere, ma sai già che più di questo non puoi fare. Hai buttato il tempo iniziale, dovevi starci di meno. Giù le penne, e borbotti un breve turpiloquio che puoi sentire solo tu.

    E'andato ormai, non puoi fare nulla. Hai fatto ciò che potevi, solo per quel tempo iniziale, ti sei fregato allora. Cammini da solo, vorresti spaccare i lampioni, trovi due colleghi che ti raccolgono dal tuo sfogo del momento. Scherzano con te, anche loro pensano di non aver fatto il massimo. Va tutto bene, anche se non va tutto bene. Facciamo finta che sia andata bene, facciamo finta che ce la faccio. In fondo hai fatto il resto bene, hai fatto ciò che potevi, ti sei sforzato tanto. Quella scossa lì, poi, è stato il massimo. Torni a casa e non sai cosa fare.

    Aspetti cercando di controllarti, e ti viene non sai cosa. I colleghi arrivano, perchè ti hanno visto andar via di corsa, gli spieghi tutto. Non sei andato malissimo per loro, si può fare, si può fare ancora. Si può fare ogni cosa. Ma diciamo che ora non te ne frega un cazzo, tachipirina e dormi per un'ora e mezza.

   Ti alzi, studi un po', non più di tanto. Continui nonostante la tua vita sia cambiata, non è il liceo, non è l'interrogazione di filosofia, non è il compitino di matematica. Stai studiando roba seria, ormai. Sei diventato grande. Potrà farti stare male, potrà essere dura. Tu lo sai, però, lo sai che non c'è niente di più fico. Lo sai che il tuo tempo migliore lo stai vivendo adesso. Tu lo sai che ogni cosa che studi, la studi per il tuo sogno, per il tuo futuro. Lo sai di potercela fare, lo sai di volere ciò che vuoi e di non volere altro.

   Ti alzi e continui a studiare, nell'attesa. Lo sai di aver fatto il massimo, di non aver potuto fare di meglio in quel momento, sei stato grande per davvero. Studi ed aspetti che esca il foglio degli ammessi, sempre connesso su Facebook aspettando il coglioncello di turno che annunci al mondo la grande notizia, sperando che la sua trepidazione possa salvarlo. Ed in effetti è così.

    Diciamo, però, che di lui non te ne frega un cazzo.

martedì 10 luglio 2012

Dormire.


      Non ho mai capito come mai i miei coetanei vivono il momento del risveglio così dolorosamente. Tutti quelli che conosco e che ho conosciuto mi hanno sempre parlato di una vera e propria fatica di svegliarsi, di un torpore difficile da vincere, del dolore lancinante agli occhi quando accendono la luce, della sensazione di galleggiare in un barile di olio. Mi sono da sempre svegliato senza fatica, alzato dal letto come da una sedia, soddisfatto del mio sonno e sentito il mio corpo attivo come chi ha appena preso un caffè.
       
      Sono passati diversi anni così, finchè un giorno anche io mi sono svegliato male. Anche io appena sveglio ho avuto gli stessi sintomi da sopravvissuto in una catastrofe nucleare, gli occhi appannati, il dolore della luce e tutta quella roba lì. In quel momento ho capito l’importanza del caffè, da quel momento per svegliarmi ho avuto bisogno di un appoggio concreto. Non ne capivo il motivo, ma di colpo era così e non più come era prima.
     
      Nelle mattine a studiare per questo fottuto esame orale, tra un libro e l’altro, non vedevo l’ora che fosse pronto da mangiare per poter avere il tempo, dopo mangiato, di andare a dormire. Neanche questo mi era mai accaduto, come altrettanto stranamente accadeva che, dopo il pranzo, quell’oretta che prendevo per riposare in realtà mi stressava più di ogni altra cosa. Con tutto il ventilatore acceso, non facevo che rivoltarmi nel letto, sudare dalla schiena, cambiare posizione, sudare dalle ascelle, cambiare ancora posizione, sudare dalla pancia, sudare dal naso, sudare dalla fronte finchè il sudore non era così tanto da passare attraverso le sopracciglia e arrivare a bruciarmi gli occhi. Quando, inutilmente, dopo un’ora la sveglia suonava, ero più stanco di prima e costretto ad aprire di nuovo i libri, ad aspettare la sera per riposarmi e, anche di sera, rivivere tutto quello che era successo a pomeriggio. Roba da tossici in astinenza.
      
      Il bello è che per l’esame non ero affatto preoccupato. Non lo sono mai stato, non era l’esame il problema. Il problema era la fatica di prendere sonno e di svegliarsi.  Credo che sia questa la vita dei grandi: avere una giornata di merda in cui lavorare in funzione del momento di riposo, avere il momento di riposo in cui non è possibile riposarsi, finire il momento di riposo e ricominciare a lavorare in attesa del prossimo momento di riposo.

      Non posso negarlo, è tutta colpa dei brutti pensieri. Tutta colpa di quelle cose che se ci pensi non ti fanno concludere un cazzo. E non solo, ma quando ci pensi non ti lasciano proprio più, non ti fanno concentrare su nient’altro che quelle cose. Le cose che non ci dormi la notte.

      Ecco, credo che serva a questo trovare un lavoro, in sostanza. Trovare del tempo in cui avere qualcosa da fare per non pensare durante il giorno a quelle cose che non ci dormi la notte. E tanto più ti stanchi al lavoro, tanto più ti ritrovi con la cera di un caffè annacquato quando riuscirai a trovare tempo per riposarti. E allora sarai così stanco che alle cose che non ci dormi la notte non hai proprio la forza di pensare, così ti metti a dormire e riesci a svegliarti in maniera decente.

       L’altra mattina ho studiato tanto. Ho mangiato un po’, non troppo perché non avevo fame, ho visto la partenza della Formula 1 e mi sono messo a letto con gli occhi chiusi ad ascoltare Gianfranco Mazzoni vomitare commenti per la partenza del Gran Premio di Silverstone. Poi mi sono addormentato quasi subito e mi sono svegliato un’oretta dopo.

       Erano tre mesi che non dormivo così bene.