lunedì 16 luglio 2012

Digitale.

    Dieci anni fa si iniziò a parlare del digitale terrestre. Il Tg1 era ancora il telegiornale più seguito d'Italia e ho ancora nella mente i servizi dei giornalisti sulle conferenze stampa sul digitale terrestre. Mi ricordo che le organizzavano in una sala tutta blu, con una scrivania grande e dietro la scrivania c'erano sempre Berlusconi e altri tipi in giacca e cravatta come lui. Parlavano del Digitale come della rivoluzione tecnologica, dell'avanguardia della televisione di cui il nostro paese si stava fornendo. In quel periodo iniziò la grande corsa all'acquisto dei primi decoder, a cui anche la mia famiglia ha partecipato, anche perchè c'era lo sconto di 50 euro.


    Un giorno papà aveva portato a casa questa scatola con dentro il famoso "decoder di Berlusconi", perchè così lo chiamavano tutti quanti. L'ho aiutato a montarlo e abbiamo iniziato a vedere la tv col digitale. In effetti, la qualità dell'immagine era molto migliore. Finalmente potevo vedere con più dettaglio la maculazione del pelo di Rex e le pieghe della sottana di Don Matteo quando fa il saltino dalla bicicletta. 


    E poi c'erano i canali interattivi, roba che potevi giocare a giochini scemi con il telecomando sui canali che lo permettevano. Per uno stronzetto di quinta elementare, tutto è buono per non fare un cazzo. Anche parcheggiarsi sul divano nei pomeriggi spenti a giocare ai giochini del decoder con la bocca mezza aperta ridotto alla reattività di un pesce agonizzante.


     Poi l'interattività la tolsero, non ne ho mai capito il motivo. E anche i canali ogni tanto iniziavano a non vedersi più. E dire che il digitale doveva essere diverso, dicevano che si sarebbe visto senza problemi tutto il giorno, non come la tv normale che ogni tanto ti faceva il nevischio sul finale del film o sulla puntata di Dragonball. Il digitale il nevischio non te lo fa. Il digitale, quando tutto si sta vedendo bene, di colpo inizia a squittire e a farti uscire rettangoli colorati sullo schermo, il che è fastidioso come il nevischio, solo che a me all'inizio faceva tanto ridere.


    -Quando faranno lo switch-off si sistemerà tutto, si vedrà sempre tutto senza problemi.-. Lo switch-off totale avrebbe segnato di lì a qualche anno la fine di un'era, l'inizio della nuova televisione. Per un bambino scemo come me, lo switch-off, per come ne parlavano, stava assumendo contorni millenaristici. Avrei assistito alla fine della televisione di una volta, avrei visto la televisione e raccontato ai miei figli increduli di quel periodo in cui alla tv c'era il nevischio e qualche volta non si vedeva niente. Wow, pensavo tra una puntata e l'altra di Dragonball.


    Di colpo, poi, del digitale non si parlò più. Spuntò fuori che lo sconto dei 50 euro del decoder di Berlusconi era illegale o qualcosa così, il digitale diventò ormai banale, una cosa che si dà per scontata, senza troppo stupore. Iniziò anche lo switch-off e, dopo anni di torpore, squittii e interferenze a rettangoli, annunciarono la vera novità del digitale. La nuova offerta di canali, canali nuovi, canali eccezionali, roba che non si è mai vista.


    Ormai la tv non mi eccita più di tanto. Sono cresciuto, se voglio vedere qualcosa c'è sempre lo streaming su internet, e poi ho sempre avuto di meglio da fare. Però ero curioso di vedere questi nuovi canali, questa "nuova offerta".


    Un pomeriggio ho acceso la televisione. C'era Enrico Papi che conduceva un'ennesima replica di un quiz tv. Una formula banalissima. Due concorrenti rispondono a delle domande, ma soprattutto giocano ad una specie di roulette gigante, in cui la palla è una palla da basket tutta nera. La maggior parte del tempo della trasmissione consiste nel far vedere il conduttore, i concorrenti e il pubblico guardare questa palla girare attorno alla roulette sperando che cada in una casella verde, gridando tutto il tempo "Ver-de! Ver-de! Ver-de!".


    Ero lì, alle 16 e 30 a guardare un centinaio di persone guardare una palla che gira. E la guardavo anche io. E quella cantilena continua mi stava penetrando. Anche io dicevo "Ver-de! Ver-de!" piano piano, a mezza bocca, ma c'ero anche io. Avevo immaginato il digitale come qualcosa di grande, avevo immaginato questa novità come qualcosa di diverso, che mi avrebbe permesso di vedere quello che volevo io e quando volevo io. Che mi avrebbe dato la libertà di scegliere, almeno cosa guardare.


   La libertà consiste nel guardare Enrico Papi 3 ore prima del solito.

martedì 10 luglio 2012

Dormire.


      Non ho mai capito come mai i miei coetanei vivono il momento del risveglio così dolorosamente. Tutti quelli che conosco e che ho conosciuto mi hanno sempre parlato di una vera e propria fatica di svegliarsi, di un torpore difficile da vincere, del dolore lancinante agli occhi quando accendono la luce, della sensazione di galleggiare in un barile di olio. Mi sono da sempre svegliato senza fatica, alzato dal letto come da una sedia, soddisfatto del mio sonno e sentito il mio corpo attivo come chi ha appena preso un caffè.
       
      Sono passati diversi anni così, finchè un giorno anche io mi sono svegliato male. Anche io appena sveglio ho avuto gli stessi sintomi da sopravvissuto in una catastrofe nucleare, gli occhi appannati, il dolore della luce e tutta quella roba lì. In quel momento ho capito l’importanza del caffè, da quel momento per svegliarmi ho avuto bisogno di un appoggio concreto. Non ne capivo il motivo, ma di colpo era così e non più come era prima.
     
      Nelle mattine a studiare per questo fottuto esame orale, tra un libro e l’altro, non vedevo l’ora che fosse pronto da mangiare per poter avere il tempo, dopo mangiato, di andare a dormire. Neanche questo mi era mai accaduto, come altrettanto stranamente accadeva che, dopo il pranzo, quell’oretta che prendevo per riposare in realtà mi stressava più di ogni altra cosa. Con tutto il ventilatore acceso, non facevo che rivoltarmi nel letto, sudare dalla schiena, cambiare posizione, sudare dalle ascelle, cambiare ancora posizione, sudare dalla pancia, sudare dal naso, sudare dalla fronte finchè il sudore non era così tanto da passare attraverso le sopracciglia e arrivare a bruciarmi gli occhi. Quando, inutilmente, dopo un’ora la sveglia suonava, ero più stanco di prima e costretto ad aprire di nuovo i libri, ad aspettare la sera per riposarmi e, anche di sera, rivivere tutto quello che era successo a pomeriggio. Roba da tossici in astinenza.
      
      Il bello è che per l’esame non ero affatto preoccupato. Non lo sono mai stato, non era l’esame il problema. Il problema era la fatica di prendere sonno e di svegliarsi.  Credo che sia questa la vita dei grandi: avere una giornata di merda in cui lavorare in funzione del momento di riposo, avere il momento di riposo in cui non è possibile riposarsi, finire il momento di riposo e ricominciare a lavorare in attesa del prossimo momento di riposo.

      Non posso negarlo, è tutta colpa dei brutti pensieri. Tutta colpa di quelle cose che se ci pensi non ti fanno concludere un cazzo. E non solo, ma quando ci pensi non ti lasciano proprio più, non ti fanno concentrare su nient’altro che quelle cose. Le cose che non ci dormi la notte.

      Ecco, credo che serva a questo trovare un lavoro, in sostanza. Trovare del tempo in cui avere qualcosa da fare per non pensare durante il giorno a quelle cose che non ci dormi la notte. E tanto più ti stanchi al lavoro, tanto più ti ritrovi con la cera di un caffè annacquato quando riuscirai a trovare tempo per riposarti. E allora sarai così stanco che alle cose che non ci dormi la notte non hai proprio la forza di pensare, così ti metti a dormire e riesci a svegliarti in maniera decente.

       L’altra mattina ho studiato tanto. Ho mangiato un po’, non troppo perché non avevo fame, ho visto la partenza della Formula 1 e mi sono messo a letto con gli occhi chiusi ad ascoltare Gianfranco Mazzoni vomitare commenti per la partenza del Gran Premio di Silverstone. Poi mi sono addormentato quasi subito e mi sono svegliato un’oretta dopo.

       Erano tre mesi che non dormivo così bene.

lunedì 21 maggio 2012

Scemo.

  L'estate è il periodo migliore per conoscere nuove persone. È il periodo in cui si rimorchia, in cui si fanno nuove amicizie, si dorme al sole, si va a pesca e in cui si mostrano gli effetti delle lezioni di quel culturista un po' scemo che dice sempre che "je devi fa' vedé er pettorale, basta che ce metti npo' dde cera e le ragazze vedi come vengono".


  L'altra estate ad una festa ho conosciuto delle persone simpaticissime. Erano un paio di ragazzi  che facevano vedè er pettorale a tutti quelli che incontravano. Del loro pettorale non mi interessava un granché, non li conoscevo e non avevo molta voglia di conoscerli. Poi si sono avvicinati e hanno detto che ero un figo. Io li ho ringraziati, anche se non vedevo niente di speciale nella mia camicia bianca a maniche corte. Poi uno di loro ha fatto una cosa che non potrò mai dimenticare. Ha detto che voleva darmi il cinque, ha alzato la mano, l'ho alzata anche io per ricambiare, poi ha unito tutte e cinque le dita della mano e ha toccato il palmo della mia mano dicendo "Pollo!".


  Allora mi sono messo a ridere, come mai avevo fatto nella mia vita. Ridevo io, e rideva anche lui. Stavo ridendo tantissimo, avevo le lacrime e battevo la mano sulla schiena del suo amico chiedendo tra le lacrime "L'ha...l'hai...l'hai capita?!". Era davvero, davvero lo scherzo più divertente che mi avessero mai fatto. Così, quel simpatico ragazzo mi ha chiesto se lo stessi prendendo in giro. "No, che stai dicendo! Sei un grande, la persona più divertente che abbia mai conosciuto!"
   
   Poi l'estate finisce, arriva l'inverno e inizia la trepidazione per il film dell'anno. Chiaramente, ovviamente, lampantemente, banalmente, se non vai a vedere il film di De Sica di ogni Natale non sei abbastanza italiano. Meriti l'esilio e la revoca del diritto di televoto.


   Così, quello stesso anno, sono andato a vedere il film di De Sica, insieme a degli amici. C'era così tanta gente che gli unici posti rimasti erano quelli della prima fila a sinistra dello schermo. Ma non faceva niente, io c'ero. Quando il film era iniziato, non volava una mosca. Un cast d'eccezione. Iniziano le prime scene e una bambina seduta dietro di me inizia ad anticipare quelle più piccanti. Poi, le sue istantanee chiaroveggenze si avverano una ad una. E, per la gioia, la bambina ride, ride tanto e tira tanti calci allo schienale del mio sedile per il divertimento. E i suoi genitori, come ridono anche loro. La famiglia, la famiglia unita come mai si era visto.


   Un'altra sera sono andato in pizzeria con amici. Con noi c'erano altri ragazzi che non conoscevo. Fatte le presentazioni e le ordinazioni, dopo un po' arriva da mangiare. Il cameriere aveva appena poggiato tutti i piatti, quando uno di quelli che non conoscevo mi dice qualcosa che non capisco. Faccio quasi spontaneamente un "Cosa?" e lui mi risponde con un sonoro "Suca!", così sonoro che tutta la gente nel locale si gira a guardare.


   Lui ride, ride con i suoi amici, anche io rido. Rido proprio tanto, tantissimo, da piegarmi sulla pancia. Loro se ne accorgono, mi guardano sbalorditi, ridono anche più di prima e uno di loro fa all'altro: "Ma questo è scemo?"

sabato 19 maggio 2012

Vecchiaia.

   Sono sempre stato curioso verso il mondo. Le cose oltre i confini, anche politici, mi hanno sempre affascinato. Sapere cosa succede fuori, fuori dall'Italia, nel mondo, anche fare piccoli viaggi in macchina, passando da una regione all'altra. Mi ricordo lo stupore nel vedere per la prima volta il segnale sull'autostrada che segnava il confine tra due regioni. Mi chiedevo se era proprio quello, proprio quello segnato dal cartello il punto esatto in cui qualcosa finiva e ne iniziava un'altra, possibilmente diversa da quella a cui ero abituato. Cambiare realtà, cambiare punto di vista. Era questa la cosa più affascinante, da bambino.


   Gli eventi importanti, quelli grossi, ti fanno uscire in un secondo dalla tua realtà. Ti prendono, ti sollevano di peso e ti portano da un'altra parte in cui, un momento prima, non avresti mai aspettato di trovarti.


   Un pomeriggio stavo guardando i cartoni in tv, poi mi sono annoiato e sono andato a giocare al computer. Giocavo a The Sims, era divertente quel giochino. Si era fatto tardi, così spengo il computer e vado sul divano ad accendere la televisione. Un po' stravaccato, un po' stanco, accendo e fanno il telegiornale sul due. Vedo due torri cacciare tanto fumo e delle immagini mostrare tanta gente che corre, persone ricoperte di cenere e polvere. Gente piena di sangue, qualcosa che mai avevo visto prima. Era morta un bel po' di gente ed io, nel momento esatto in cui stava accadendo, giocavo a fare dio al computer.


   La bocca mi si apre, non me ne accorgo nemmeno. Arriva mio padre, anche lui guarda come me. E una sola domanda mi salta in mente, insieme ad uno strano brivido lungo tutto il corpo. "E ora? Che succede?". Non riuscivo a staccarmi dalla televisione, a vedere quella gente. Terrorismo, neanche quello avevo mai sentito. Una parola dal suono molto forte, terrorismo. Sembra il rumore del torrone masticato in bocca, terrorismo. 


   Poi il tempo è passato, l'allarme terrorismo si è alzato. I treni di Madrid, la metropolitana di Londra. A quelli in Iraq ormai ci si era fatto il callo, ma quelli in Europa, le bombe in Europa erano le scene di sangue in televisione, le sirene, i poliziotti con il giubottino giallo, le ambulanze, la gente che corre. Proprio tutto sotto casa tua, insomma. In Inghilterra, dico, in Spagna, che ci arrivi in due ore e nemmeno.


   Un giorno a scuola, andava tutto bene. A parte i corridoi un po' vuoti, visto che in città c'è una manifestazione strana che non ho capito di che si tratta. Io scherzo e cammino per i corridoi con un mio amico a ricreazione. L'atmosfera è quasi surreale, ma quasi non ci faccio caso. Arrivo in classe e mi dicono che è morta una ragazza in una scuola. É esplosa non appena è scesa dalla corriera. Se l'è mangiata una vampata di fuoco.


   Questa volta è diverso. Non è come Londra, Madrid. No. Non questa volta. Questa volta sono io, che ho 17 anni, e un pugno mi accartoccia dentro. Vai a scuola e muori. Così. Questa volta mi aveva preso molto più di sorpresa delle altre. Questa volta la bomba avevo imparato a conoscerla.


   La bomba invecchia le persone. Nel momento in cui esplode, tanto più ci sei vicino, tanto più ti invecchia. Ti porta avanti nel tempo, come se la morte venisse e ti spingesse in avanti mentre cammini tranquillo. C'è chi se la trova davanti agli occhi, di colpo. C'è chi di colpo la bomba se la trova sotto le scarpe, e la bomba lo invecchia così tanto che non vive più.


   La bomba ha colpito proprio tutti. Stanno tutti zitti zitti, senza dire niente. Il professore tutto d'un pezzo si è sgretolato. Il professore che ha sempre qualcosa da dire, ha sempre la risposta a qualunque domanda, sa sempre cogliere la palla al balzo, non sa cosa dire. "Non era mai successo niente del genere." dice.


   Respiro. Respiro piano, respiro a lungo. Era solo Agosto quando mi dicevo che i 17 anni li avrei dovuti vivere al massimo, prima dei 18. I 17 anni sono strani. Ti fanno fare cose che non hai mai fatto, tutte prima dei 18, prima di passare la porta che dà sul mondo dei grandi. Quando hai 17 anni devi sbrigarti, che i 18 stringono, arrivano sempre più in fretta. I 17 sono pieni di quella gioia di fare, di muoversi, di correre, voglia di respirare quell'aria unica che non potrai più respirare. I 17 sono quelli del "dai dai dai, che sennò chiude!". I 17 sono l'ultima sigaretta.


   Quando mancavano solo quattro mesi ai 18, mi dicevo che in fondo mancava ancora abbastanza, abbastanza per stare ancora tranquilli, per giocare tranquilli. Poi di mesi ne sono mancati tre e mezzo, ma ancora c'era tempo per giocare. Adesso mancano quasi tre mesi. Respiro. Butto fuori l'aria, tiro dentro l'aria. Respiro ancora. Chiudo gli occhi.


    Apro gli occhi e sono più vecchio di tre mesi.

sabato 7 aprile 2012

L'hanno messa sotto.

  Sul banco si leggono ancora le formulette del compito di storia. Quel verde brillante che doveva avere quando è stato fatto ormai è coperto da macchie scure. Meno male, meno male che adesso si va tutti in vacanza, non vedevo l'ora sul serio. Scaldo il braccio con il mio respiro e faccio finta di guardare il film in francese. Sono troppo stanco anche per fare sul serio. Giusto 10 minuti e finisce tutto. Il sole è uscito finalmente, non sembrava giornata ma ce l'ha fatta.


  Un mio amico dietro mi chiama e mi dice qualcosa che non capisco e che riguarda del sangue. Gli chiedo di ripetere. A quanto pare, hanno messo sotto una proprio poco fa, vicino a dove passo tutti i giorni per andare a scuola. Una macchina l'ha messa sotto e ha schizzato di sangue tutta la parete del palazzo di fianco alla strada. É chiaro, tanto più girano le notizie, tanto più vengono stravolte. Sicuramente non è successo niente di speciale, ma questa cosa è riuscita a svegliarmi, in qualche modo. Mi accorgo di avere il corpo stanco di tutta la settimana, una cosa strana.


  Inizio a camminare verso il capolinea per la corriera. Parlo con un paio di compagni del più e del meno, vediamo se mi rilasso un poco. Che cazzo di giornata, non si può proprio. Pure questo sole, proprio ora doveva uscire? Mi sta dando proprio fastidio...ma quant'è brutto questo metallaro qui davanti...se devi camminare, vattene alla villa che qui si va di fretta.


  Una piccola folla aspetta vicino alle strisce, osservando sconvolta. Un'auto con il parabrezza sfondato, senza autista e ferma in mezzo alla strada. Un carabiniere fotografa il vetro accartocciato, un altro immortala una macchia di sangue sull'asfalto. "L'hanno messa sotto, l'hanno messa sotto..." "Che stronzi..." "Già.". É come se quel parabrezza mi avesse sfondato. Io ci passo tutti i giorni, io attraverso lì tutti i santi giorni, poi arriva un giorno e ti ritrovi ad essere una macchia di sangue senza neanche accorgertene. Io ci passo tutti i giorni. Una signora con la pelliccia è ferma lì, con un cagnolino di cotone al guinzaglio, accanto ad altre persone. L'hanno messa sotto. Tutti guardano, nessuno parla. Tutti fermi, accartocciati con il parabrezza.


  Cammino e penso, è assurdo, è incredibile. Chissà se è morta, chissà chi era. Chissà cosa pensava quando stava attraversando, cosa voleva, cosa si è lasciata dietro, cosa voleva lasciarsi davanti. Chissà se se lo aspettava. L'hanno messa sotto. Chissà se lo sto pensando solo io. Chissà se sono l'unico sfondato qui. Davanti e dietro di me, tanti studenti con gli zaini, tanti cammelli che seguono l'odore mentale di un piatto di pasta. L'hanno messa sotto. Ma come si fa a non pensarci, come si fa a minimizzare?


   É tardi, la corriera non è ancora dove dovrebbe essere e il sole ride. Un tipo in giacca blu, camicia color pigiama, occhiali da sole e il riflesso del sole sulla pelata, corre zoppicando alla fermata. L'hanno messa sotto. "Non fermano qui, oggi no!", ci grida, "andate di là!". Il piazzale è pieno di corriere, tutte in cerchio. L'hanno messa sotto. Mi dirigo lì, dietro altri cammelli e davanti una signora, tutti alla stessa destinazione. L'hanno messa sotto. La carovana si ferma corriera per corriera a chiedere agli autisti dove sono diretti. Ma alla nostra destinazione non va nessuno


  L'ultima corriera è vuota. L'autista è fermo al volante, parla al telefono e ha la portiera aperta. Neanche lui va dove dovremmo andare. L'hanno messa sotto...di là c'è una corriera altra...attraverso davanti a questa corriera sulla mia sinistra. Uno scricchiolio di ghiaia e un brusio di motore, il mio istinto mi fa saltare via e mettere una mano contro la corriera. L'autista, al telefono, con la portiera aperta era partito e mi stava mettendo sotto. "Rincoglionito, dove cazzo vai? Rincoglionito, eh? Dove cazzo vai, rincoglionito?". Lo guardo e non ho parole, anche se avevo ragione io. "Ce l'ho con te, rincoglionito!". É colpa di gente come lui se le persone le mettono sotto. L'hanno messa sotto.


   Ci sto ancora pensando. E stavo per fare la stessa fine. Eccola la corriera, salgo, timbro il biglietto e mi siedo. Il sole picchia e ride, la città è tutta bloccata. Se devo pagare ogni volta 1 euro per un viaggio di 3 minuti e mezzo, stavolta è la volta buona che il viaggio dura il prezzo del biglietto. Attacco le cuffie, sento canzoni, ma fa troppo caldo. Mi chiedo per quanto ancora ci penserò. Ho perso la stanchezza, o forse l'ho aumentata. Sono già venti minuti che sto seduto. A quest'ora starei già mangiando.


  É assurdo che cammini e di colpo ti ritrovi a terra così. E la gente dovrebbe pensarci. Perchè la gente non ci pensa, perchè quello di dietro si sta vantando di quanta gente ha picchiato l'altra sera, perchè quella davanti ripete la tesi, perchè quella di fianco a quella davanti gioca al cellulare? Perchè su nessuno dei volti di queste persone c'è un pensiero a quella ragazza? Suona il cellulare, è mia madre, giustamente sto tardando.


"Che è successo?", e senza neanche rendermene conto rispondo "Niente, hanno messo sotto una."

sabato 10 marzo 2012

Polli.

  Prova ad essere uno studente di liceo, appena uscito da tre anni di merda alle medie, un poco secchione per giunta, brufoloso come il pollo intero in un lettino di polistirolo dimenticato in un banco frigo. Prova a fare il primo compito di 5 altri anni di compiti in classe. Beh, ecco, puoi tutto meno che non fregartene niente. Figurati, pure quelli che dicono di non fregarsene nulla in realtà se ne fregano, anche più di chi dice di essere preoccupato.


  Un bel giorno di giovedì, il sole sbatte sul pavimento della classe trapassando i parasole improvvisati di carta da forno mezza rotta piena di cazzetti e oscenità studentesche appiccicata per sbaglio ai vetri delle finestre. Seduto al mio banco, guardo il sole dalla finestra. Nemmeno una nuvola, giornata perfetta che mi tiene lì a macerare come un televisore rotto in una discarica dimenticata da Dio. Il sole sta lì, a guardare me e i miei sfortunati compagni, come se ci stesse prendendo tutti per il culo. Al pensiero di questa cosa, rivolgo uno sguardo sprezzante al cielo di blu e scelgo la traccia numero due. Semplice semplice, "fai una recensione di un libro o un film a tua scelta."


  Due giorni prima ero andato a vedere il film dei simpson al cinema con i miei nuovi amici. Niente di speciale, ma un film semplice sul quale non si pretende mica troppo, posso spaziare e scrivere tutto e niente. Di buona lena, inizio. Scrivo, cancello, riscrivo, tanto c'è tempo per ricopiare. Questa frase si, no, aspetta, va meglio questa...no, stava meglio prima...bianchetto, grazie...nah, che bianchetto e bianchetto, a mano, senza bianchetto...perfetto, guarda te che linea è venuta fuori!


  Un'ora e quarantacinque minuti dopo, ritorno nella mia coscienza oggettiva e oggettivamente mi accorgo che il mio compito sembra il frutto di un bambino in overdose di orzobimbo. Avevo scritto, come richiesto, in colonne, ma il nero di seppia della mia bic aveva ucciso e buttato ai maiali il cadavere del candore immacolato di quel povero foglio protocollo, che non si aspettava sicuramente di fare quella brutta fine. Voglio dire, il mio testo aveva un senso compiuto, solo che precisamente di quello che stava scritto non si capiva molto. Per ricopiare di sicuro non c'è tempo. Consegno e chi si è visto si è visto.


  Un paio di settimane dopo, mi ritrovo il compito in mano. Un magro sei e mezzo rosso dava colore al mio compito. Un po' dubbioso di quanto vale un sei e mezzo, senza vedere l'oro di quel voto, decido che non è quello che merita il mio compito. Vado dalla prof e le chiedo perchè mi ha messo quel voto. -A parte l'ordine, mi dice, il compito non è nella traccia.- -Prof, mi dispiace, ma non sono d'accordo.-


  -Ah si? Bene, bene, allora lo leggiamo questo compito!?!?- Aveva quasi gridato, un brivido di sfida mi sale addosso mentre tutti stanno zitti, in attesa della mia mossa.
  -Va bene!-, dico senza paura. In realtà, paura ne avevo. E abbastanza pure. Prendo il foglio tremante, inizio a leggere. Pezzo a pezzo, le mostro come le varie parti del testo rispettano quelle di una recensione. Non dice niente, anzi, sembra quasi d'accordo. Decido che è un buon segno, sto andando bene, posso davvero vincere io. Finisco di leggere, e con tono ironico e malizioso mi dice che manca una certa parte.


  -Non è vero, eccola qui.- e la leggo ad alta voce. Si attacca ad un altro punto, ed io rispondo mostrandoglielo. Incredibile, già al primo compito ho vinto. Cosa ho vinto non importa, ho vinto e basta. Ci riprova, ma sono inattaccabile. La campanella termina il match e mi porta alla vittoria. I miei compagni mi guardano sorridendo, quasi ammirati. Ce l'ho fatta davvero. Adesso manca solo il colpo di grazia.


  Vado alla cattedra con il compito in mano, la guardo piano. Scrive qualcosa con le rughe che ballano come i bargigli di un tacchino, la testa chinata sul registro. I capelli alzati sono così chiari che mostrano  sgradevolmente tutti i nei che ha in testa. Finisce, alza la testa e sbotta:-Che vuoi?- -Niente...volevo sapere se...mi aveva alzato il voto...-. Sta zitta un secondo e poi sbotta:-Se non te ne vai a posto te lo abbasso a quattro.- -Buongiorno.-, e scappo via come un gatto. Un giorno da leone.


  Però sono questi i giorni che in fondo ti cambiano la vita. Sono questi i giorni in cui un ragazzo capisce come il potere logora chi non ce l'ha. Sono questi i giorni in cui ti rendi conto che il numero scritto su di un foglio da una vecchia con i capelli tinti male e asciutta come un porro può decidere davvero qualcosa di te. Non che quel sei e mezzo mi abbia rovinato niente, però in fondo nella vita ti ritrovi sempre davanti a qualcuno che deve darti un voto, un giudizio di qualunque tipo, in grado di renderti qualcosa o meno.


  Che poi, tinta a parte, possa essere una gallina intelligente e con la testa a posto, anche questo è da considerare. Pensa tu, se quella recensione fosse davvero stata il mio lasciapassare per un posto di dirigenza alla Apple, adesso magari gestirei il servizio mensa degli inservienti della Apple. Non si tratta nemmeno di prendersi sul serio, è solo che qualunque sia il tuo impegno in qualcosa, deve essere fatto sempre in funzione di chi ti dovrà giudicare. Non puoi evitarlo.


  In quello che si fa nella vita, si è sempre limitati da qualcosa, non si è mai totalmente liberi. Anche se ci viene detto che viviamo in libertà e che i risultati di una persona si basano sul suo impegno, in realtà non è così. Anzi, tanto più impegno si impiega a fare qualcosa, tanto più i risultati saranno sottovalutati. Non ci possiamo fare niente. Dobbiamo solo imparare a parlare con le galline e sperare che siano più ragionevoli di noi.


  In fondo, però, non è così difficile. Noi, polli, siamo della stessa materia di cui sono fatte le galline.

lunedì 5 marzo 2012

Ispirazione.

Sentire, profondamente
sentire,
senza avvertire neanche
lontanamente l'ombra
segreta del sonno,

il fuoco
e il vento come spazi
vitali e incontaminati,
enormi saloni di
sangue caldo ed emozione.

Sentire e fluire
il tempo del
momento atteso,
nascondendo in fondo
la paura di non riuscire più a riviverlo.

Sentire il fuoco caldo
del prato più fresco del cielo,
sentire il corpo del suono 
dell'ebano pregiato,
il colore morbido del suono di vita.

Ispirazione.