lunedì 8 ottobre 2012

Nemici.


     Sin da bambino, il futuro mi ha sempre affascinato. Mi divertivo qualche volta a pensare a ciò che sarei potuto essere in un futuro non troppo lontano, a quanto di me sarebbe potuto cambiare e se, una volta che quel futuro sarebbe divenuto presente, mi sarei ricordato di quello che avevo immaginato prima. Così, nel conservare le cose, alcune cose in particolare, mi divertivo a lasciare tracce di me al me stesso del futuro. Erano piccoli segni di riconoscimento su alcuni degli oggetti che avrei conservato gelosamente: quaderni, libri, peluche, dizionari, carte da gioco, qualunque cosa che, se in un futuro avessi ripreso con mano, mi avrebbe fatto ricordare momenti preziosi del periodo in cui l’avevo lasciata. Era come un gioco, ed in fondo lo è anche adesso.

     Quando si è piccoli non si riesce ad immaginare la vera dimensione di un addio. Lo si percepisce sempre come un “a più tardi”, e questo piccolo gioco con me stesso me lo ha fatto capire. Ogni volta che ritrovavo quelle tracce di me stesso, sorridevo pensando a quanto potesse cambiare tra un segno e l’altro, quante speranze potessero diventare realtà e quante altre restare solo sogni di carta, ma ogni periodo restava sempre una sorta di breve intermezzo tra un ricordo e l’altro, mai un baratro troppo grande. Tutto questo può anche funzionare, almeno finchè non si scopre l’addio.

     Mia madre continuava a ricordarmi che avrei dovuto fare pulizie sul serio nella mia stanza. Ormai i libri del liceo sono inservibili, è giusto lasciare spazio ad altro. Così, arriva il momento in cui si raccoglie tutto ciò che si era poggiato, per poterlo conservare una volta per tutte. Arriva l’addio.

     Il pavimento era cosparso dei miei diciotto anni in cinquemila pezzi di un puzzle di cielo azzurro. Con la freddezza di un boia, bisogna scegliere cosa tenere e cosa buttare via per sempre.  C’è sempre tempo per un sorriso, però. Gli appunti di chimica, di italiano, di latino, i libri scarabocchiati, i libri completamente intatti, gli stronzetti sorridenti dei libri di inglese con i baffi e le borchie scarabocchiate con la penna, il disegno di un pene con tanto di scroto incredibilmente realistico frutto della disperazione sulla mappa concettuale di Aristotele, i quaderni di matematica mai del tutto finiti, i quaderni di religione magri a causa dei troppi fogli strappati dalla metà, senza dubbio mi sono divertito a trovare tutto questo. Finchè non toccai quel quaderno di cui avevo completamente dimenticato l’esistenza. Quel quaderno che non doveva essere letto, quei pensieri che avevo cacciato molto tempo fa, quello che non avrei mai voluto trovare mai prima dei capelli bianchi.

     Non si dimentica il passato, ma ci sono alcune cose che è meglio non ricordare troppo vivamente. Il passato con cui si ha chiuso molto tempo prima, il passato che non si vuole più incontrare, viene fuori così, in un pigro giovedì pomeriggio, tra una risata e l’altra. Non riuscivo a smettere di sfogliarlo, brivido dopo brivido, era più forte di me. Finchè non l’ho strappato in un solo colpo, senza fiatare. E’ un tantino difficile strappare un quaderno, ma la forza di lasciarsi qualcosa alle spalle e per sempre, a volte ti fa fare cose che non ti credevi capace di fare.

     Avevo voglia di un bel fuoco. Il musetto dello scoiattolo sulla copertina del quaderno strappato sfrigolava e spariva in una nuvoletta pungente di diossina, i fogli ancora uniti si aprivano in briciole di cenere, alcuni di quelli staccati facevano qualche molle capriola, finalmente un po’ di sollievo. Avevo davvero affrontato quel resto andato di me, salutato un passato che non volevo più incontrare. “Mai più”, le uniche parole che il fuoco mi stampava sugli occhi, mentre una goccia di sudore scendeva sulla tempia.

     Finito il fuoco, rompevo la cenere con la pinza del camino, per sentirne meglio l’odore, mi è sempre piaciuto. Eppure non mi sentivo troppo felice. Mi sentivo un po’ perso, un po’ più vuoto.

     Finisci per affezionarti più facilmente a quello che odi rispetto a quello che ami. Finisci col sentirti tranquillo pensando a quello che sai essere il tuo nemico, la cosa contro cui scagliarti in ogni momento, con una battuta acida o un pensiero cattivo. Abbiamo un costante bisogno di nemici, in qualunque periodo della nostra vita, abbiamo un costante bisogno di qualcosa da combattere. Un bel gomitolo di fili da sbrogliare non troppo in fretta, concentrando gli sforzi mentre si immagina il momento in cui quel gomitolo non ci darà più alcun problema. Ci sforziamo, pensando al momento di quell’addio come ad un momento felice, ma in fondo non è mai un momento felice.

     Da un nemico si passa ad un altro, sconfiggendo quello che si era ormai imparato a conoscere, quello con cui scontrarsi dava più forza nel corso della giornata, semplicemente perché, dopo tanto tempo, erano chiari i luoghi dove colpirlo più forte. Da un nemico si passa ad un altro, magari più forte, ma sicuramente diverso da prima. Non si lascia un nemico senza avergli voluto bene.

     Non si lascia un posto in cui ci si sente stretti senza provare almeno un po’ di dispiacere. Terminare ciò che è bello è sempre più facile di terminare ciò che è brutto. Lasciare il proprio letto, il proprio primo puzzle finalmente completo, il papà fin troppo paziente, la mamma che è sempre la mamma, si può lasciare questo con un sorriso.

     In silenzio, con il cielo della notte sporco di uno spruzzo del sole, in silenzio ho abbandonato il mio nemico.

     In silenzio ho pianto mentre l’alba mi rideva in faccia, ingozzandosi degli ultimi brandelli ancora freschi della notte.

sabato 29 settembre 2012

Selezione.

    A scuola, quando ero bambino, mi hanno insegnato che tutti gli uomini sono uguali, che tra umano ed umano non esiste alcuna differenza, che siamo tutti quanti uguali e per questo dobbiamo amarci l'uno con l'altro. Poi mi sono reso conto dell'enorme bugia dietro a questa affermazione, mi sono reso conto che se fosse vera gli uomini sarebbero tutti quanti dei monotoni batteri asessuati, uno clone dell'altro, tutti con la stessa faccia e che, a quel punto, non ci resterebbe che sperare di non essere i figli del vicino rompicoglioni.

    La diversità rende la specie umana tanto longeva, disconoscerla alle generazioni è un peccato grave. La famosa selezione naturale ci ha permesso oggi di sederci alle nostre tavole, gustare tranquillamente il nostro brodo vegetale pieno di formaggio grattuggiato fuso, mentre al telegiornale mandano un servizio di 7 minuti sull'amicizia tra il gatto Briciola ed una gazza ladra.

    La famosa selezione naturale ha fatto sì che quest'estate rinunciassi al randagismo e mi dessi allo studio più intenso, per avere il privilegio di poter realizzare il mio sogno. Anche se, nel mio caso, non si tratta di vera e propria selezione naturale. Si tratta di un gruppo di persone che mette insieme un'accozzaglia di ottanta domande, per propinarle di fronte a circa settantasettemila studenti con l'ultimatum: "se non rispondi decentemente a queste domande, sei fuori".

    Il pullman dell'andata era pieno di altri ragazzi più o meno pronti, come me, a sottoporsi a questo strano gioco al massacro, questa specie di roulette russa del futuro lavorativo. Seduto al mio sedile, macinavo pensieri sulla democrazia, sul diritto allo studio, mentre l'autista spazientito richiamava sul bus i viaggiatori che si erano lasciati prendere per troppo tempo da un'incantevole autogrill nei pressi di Napoli. Non poteva essere un metodo democratico, in un paese libero come il nostro. Eppure di lì a 24 ore mi sarei trovato di fronte al mio futuro, di cui sarei stato il solo e unico responsabile.

    Quella notte ho dormito incredibilmente bene. Mi sono svegliato e mi sono lavato senza nessun pensiero. Ho fatto colazione con caffè e una ciambella fritta. Il bar era strapieno di miei concorrenti e l'atmosfera era davvero pacata. Sapevo che lì in mezzo ci sarebbe stata gente che avrebbe voluto iniziare le eliminatorie in quel momento, mettere lassativi o sonniferi in tutti i caffè, pur di avere qualche possibilità in più. Eppure nessuno l'avrebbe fatto. Eppure in fondo ognuno sapeva di essere nella stessa condizione di tutti gli altri. In fondo, mal comune è mezzo gaudio.

    L'entrata dell'ateneo era molto affollata. Erano tutti lì, ammassati, con qualche libro aperto, pronti a quella strana situazione comune. C'era anche mia madre con me, in fondo sarei stato lì per una settimana intera, per fare altri test, anche se l'unico che volevo riuscisse era proprio il primo della lista.

   Gente di tutti i tipi. C'era quello che piangeva, quella che litigava col fidanzato, c'era il ragazzo di cartone, appena uscito da una puntata di 90210, con la camicia a posto, i capelli a posto, i pantaloni a posto, il cellulare strafìco in mano che parlava con altri suoi pari con la sigaretta in mano. E poi c'era lui.

   Un tipo con i capelli lunghi e la barba stile San Giuseppe, con una camicia a quadri fradicia sotto le ascelle, a gesticolare e a parlare con qualche genitore in apprensione. In una mano reggeva una borsa di pelle vecchia e tutta graffiata, come se fosse stata appena attaccata da una volpe. Parlava ad alta voce, agitando le mani, mentre la figlia vicino a lui si rosicchiava le dita.

    I ragazzi si ammassarono come agnelli verso il recinto nel momento in cui aprirono le porte dell'aula. Io avevo deciso di aspettare che si ammazzassero tra loro, sarei entrato con più calma. Il tipo, discostato dai più, arringava qualche genitore preoccupato, parlando piano e con l'aria di chi sa il fatto suo. Io e mia madre, per curiosità più che per altro, cercavamo di capire cosa diceva.

    -...che io, io sono psicologo! Io lo so come si fanno questi test...perchè sono io che li faccio questi test! Che lì, lì c'è il trucco, eheheh...- si avvicinò e si mise a parlare un po' più piano -...ho detto a mia figlia che quando trova una domanda lunghissima, in cui non si capisce niente...non si deve perdere d'animo! Deve subito smettere di concentrarsi sul testo e guardare le risposte...la risposta tra tutte che sembra non avere nulla in comune con le altre...è quella la risposta esatta!-

    E' stato in quel preciso momento che ho avuto un'illuminazione. E' stato nel momento in cui ho sentito uscire quella totale idiozia dalla bocca di quell'uomo. Se prima mi chiedevo come mai fossi arrivato a quel punto, come mai non veniva garantita a tutti la possibilità di diventare medico, come mai molti dovevano rinunciare al loro sogno e magari anche io tra loro, sentendo le parole di quell'uomo, dopo aver fatto quiz su quiz per 6 mesi interi e vedendo quella sua figlia così simile a lui, come un cane con il suo padrone, allora mi resi conto della necessità di una selezione.

    Se a qualunque idiota fosse concesso di usare un bisturi oltre i confini dell'allegro chirurgo, allora da quel momento mi curerei esclusivamente attraverso wikipedia.

    La selezione è necessaria. I mezzi possono essere discutibili, ma non si può eliminare la selezione. E' quello che vogliamo ogni giorno, la selezione, fatta da noi o da qualcuno di cui ci fidiamo. Quando andiamo a comprare la carne, ognuno di noi vorrebbe che quella carne che stiamo comprando sia selezionata tra tanti altri pezzi di carne. Non vorremmo mai che ci capitasse un pezzo di carne di un animale malato, infetto da qualche parassita. Selezioniamo anche gli amici, le relazioni, la frutta, gli esercizi da fare a casa. Selezioniamo i vestiti da comprare, le cose da mangiare a cena. E la selezione implica lo scarto.

    Anche in democrazia il popolo vuole la selezione. Il popolo vuole che tutto ciò che produce sia selezionato, che i medici siano solo bravi medici, che gli ingegneri siano solo bravi ingegneri, ma tutto questo implica che molte altre persone rinuncino ad un sogno, per lasciare spazio a chi in quell'ambito è migliore di loro. Anche la natura seleziona, ogni specie è sottoposta a selezione, perchè la più adatta sopravviva rispetto ad un'altra.

    Non sono razzista, non sono fascista, non sono nessuno. E' veramente assurdo che ottanta domande possano preiscindere il futuro di una persona, rovinare il futuro di un umano con una dignità, una volontà, un desiderio, una forza di affermazione, un'unicità irripetibile. Ma è anche veramente assurdo concedere a cani e a porci la possibilità di avere in mano la vita di una persona, che sia un medico o un architetto.

    Ho superato quel test, ma anche se non l'avessi superato la penserei allo stesso modo. Penserei che a me per primo sarebbe stato tolto il diritto di diventare un medico, inizierei a fumare e a diventare più cinico di quanto sono, ma non avrei il capriccio di eliminare la selezione. 
     
   Semplicemente, propongo di basarla su criteri più umani e più obiettivi, che distinguano chi ha passione da chi no, chi vuole salvare le persone da chi vuole solo fare soldi, chi ama la propria scelta da chi la odia. Mi inorridisce pensare che qualcuno pensi davvero di distinguere un buon potenziale medico da un macellaio chiedendo ad entrambi qual'è la capitale della Bolivia.

    Pensavo a queste cose, ed inorridivo sapendo che mi sarei trovato proprio in quella situazione. Decidere se ero pronto a diventare un medico solo con ottanta crocette, impugnare la stessa arma con cui potevo davvero perdere la mia ambizione più grande. Guardavo i miei compagni per caso, così simili a degli agnelli ammassati all'entrata dell'aula, a prendere posto tra i banchi, dietro quella porta, lì dove li aspettava una carneficina di sogni, senza aver fatto nulla di male per meritarla. Anche io ero tra loro, in quel luogo in cui di lì a poco sarebbe stati sparsi pezzi di dignità dappertutto, anche la mia magari.

    Pensavo a chissà cosa pensava l'inventore di questo metodo assurdo nel momento in cui ha concepito una tale macchina di selezione. No, non poteva pensare che sarebbero bastate quelle crocette a decidere chi merita di provare a fare il medico, su quegli argomenti soprattutto. Non ci vuole un genio a capire questo. Non ci vuole un genio a capire che è il metodo meno dispendioso per scegliere alcuni tra tanti.


    Eppure sarebbe stato un lavoro pulito. Nessuno avrebbe avuto la coscienza sporca, semplicemente perchè ognuno aveva in mano il suo destino. Ognuno avrebbe scelto il suo destino attraverso quelle domande. Il massacro perfetto, in cui la vittima è il suo carnefice. Pensavo che anche io avrei potuto essere la mia vittima, e in quel caso sarebbe stata colpa mia perchè non avrei saputo rispondere a quelle domande. Pensavo a coloro che non ce l'avrebbero fatta.


    E' soltanto colpa loro se non sanno qual è la capitale della Bolivia.

martedì 18 settembre 2012

Festa.


     Ci sono posti in cui ci si sente a casa. Non si tratta di casa vera e propria, ma di posti che ci danno lo stesso calore di casa, la stessa accoglienza, ristoro, bei ricordi, posti sicuri in cui isolarsi, come se si fosse a casa propria. Sono posti che dispiace, dispiace davvero abbandonare. I tedeschi li chiamano heimat, o qualcosa del genere.

     Nel punto più alto di una pianura ampia molti chilometri, c’è un paesino. Ci ho trascorso la maggior parte della mia infanzia. Un posto curioso, in cui il tempo non sembra mai rovinare nulla. Tutto scorre normalmente, secondo un ritmo atavico, un lento orologio di legno caricato una volta sola, che da allora non ha bisogno più di manutenzione. Tutti conoscono tutti, tutti sanno tutto di tutti, in un modo quanto mai spassoso.

    Le vecchine, la sera, si mettono tutte lì, nei vialetti, a giudicare i fatti del giorno, le persone, le figlie delle persone. Unirsi a loro, anche solo per ascoltare, è uno spettacolo unico. Sentire il dialetto stretto, i soprannomi strani che si tramandano di padre in figlio, nati dai fatti più assurdi capitati ai nonni dei nonni di persone ancora vive. Di alcuni, l’origine del soprannome è nota, di altri non si ricorda neanche più. Era divertente (e lo è tuttora) giocare con questi soprannomi, sentirne il più possibile, capire a chi si riferiscono, così anche solo camminare e vedere ogni persona nel paese era come camminare in una festa in maschera, fatta di persone più o meno ignare di indossare una certa maschera grottesca. Il signor verza, il signor scarafaggio, il signor brufoloinculo, il signor sceriffo, erano tutti lì, lo sono sempre stati.

     Il vicino di casa di mio zio, che abita lì, e la sua strana famiglia, anche loro hanno le loro maschere. Il vicino è un tipo magro e alto, fa il pescatore, fuma e bestemmia sempre. Sua moglie, un po’ grossa, lavoricchia di qua e di là, con quello che trova e il figlio piccolo va in giro dappertutto con la sua bici. Al matrimonio della sorella di lui, seppure un po’ povero, il vicino ci teneva molto a far bella figura, così decise di improvvisare una tintura per capelli per colorare la sua solita chioma grigia. Era un po’ inesperto, per cui il suo lavoro non riuscì come previsto. I suoi capelli restarono grigi, in compenso colorò di biondo platino una vistosa parte della sua frangia. Essendo naturalmente spettinato, sembrava un incrocio tra il chitarrista dei Green Day e Cristiano Malgioglio in una giornata storta. Uscì di casa e andò al matrimonio, stette tutto il tempo con la mano sulla fronte e il viso rosso per la vergogna. Il risultato finale non fu né il chitarrista dei Green Day né Malgioglio. Sembrava semplicemente un ubriaco in giacca e cravatta. Una maschera perfetta. Da quel giorno, tutte le volte che lo incontro lo ricordo in quel momento e lo saluto con un sorriso, con la stessa empatia che ho verso Paperino.

    Quella continua festa, quel passeggiare, riconoscere, salutare, avere il piacere di essere riconosciuti e continuare ognuno per i propri affari, era quello il sentirsi a casa.

    Anno dopo anno, l’orologio continuava a scorrere, con qualche vecchina in meno, qualche scandalo in più, qualche persona che prende e va via, qualche persona che resta. Impercettibilmente, il ticchettio dell’ingranaggio continuava a fare il suo corso, verso un continuo flebile spegnersi. Nessuno più resta nel paese, le generazioni passano, e i figli degli anziani si seguono uno dietro l’altro, pronti e decisi ad andare altrove, giustamente. Grandi speranze, troppo grandi da essere accontentate da una festa in maschera.

     Gli scandali diventano sempre meno eclatanti, anche perché non c’è più nessuno che ne parla. Le sere calde d’estate non sono più illuminate dalle piccole giurie da vicolo, che si riunivano sgranocchiando qualche pistacchio preso alla fiera del giorno prima, fatto avanzare apposta per la serata. Mute testimoni sono solo le mura del paese vecchio e della chiesa madre, dodici anni fa luogo di riunione generale, attualmente inagibile e diventata un ingombrante spartitraffico.

     Accompagno a farsi i capelli lo zio che abita lì, in un giorno con il sole. Incontriamo un suo amico, che ha una barchetta al porto, così come mio zio. L’amico dello zio è un signore un po’ attempato pieno di tatuaggi strani dappertutto, tra cui quello di un bella donna sulla schiena. Coltiva pomodori e zucchine nell’orticello e, a tempo perso, va a pesca con lo zio. Qualche anno fa mostrava una barba folta e un baffone da ammaestratore del circo. Lo ritrovo dopo due anni, rasato, più stanco del solito, come un pagliaccio struccato dopo lo spettacolo.

    -Ho messo il motore nuovo alla barca, della…della…gliamàchia, mi pare che si chiama così.-, dice allo zio, che non corregge l’amico e dice che è un motore buono. Anche l’orto gli va bene, quest’anno sembra siano venuti fuori dei pomodori buoni. E poi silenzio. Eravamo in tre, in piedi, a guardare il sacro spartitraffico, senza più niente da dire. Il cielo ride, al bar sono buttati quattro vecchi come cani randagi, attorno alla fontana con il fascio littorio che funziona tuttora, ma di cui nessuno più si serve. Passa il vecchio tuttofare con la sua orrenda Tipo color verde palude. Arriva all’incrocio con la terza, saluta timidamente tutti con un colpo di clacson, mette la freccia a destra e gira a sinistra. Nessuno lo corregge, nessuno sembra essersene accorto. Il silenzio continua, finchè lo zio non dice di voler andare a farsi i capelli. Saluto l’amico dello zio e lo seguo.

    Il barbiere è allievo di un altro barbiere del paese. E’ giovanissimo, andavo sempre da lui quando ero piccolo. Un tipo dalla battuta pronta, non si poteva non ridere insieme a lui. Non andavo a trovarlo da almeno sei anni. Delle sue solite camicie a quadri non restava molto. I capelli con la riga in mezzo, una polo a righe e l’aria di un signore avanti con gli anni. Mi saluta con un sorriso. Non dice nulla, lavora e basta. Nessuno dice nulla, il silenzio è padrone.

    La festa sembra davvero finita. Tutto non esprime più vitalità, ma una lenta e continua stanchezza. Giorno dopo giorno, ognuno si corica un po’ di più sul fianco. Il vicino dello zio, ogni giorno, più che bonario sembra incazzato. Suo figlio gira così al largo che non lo vedo mai. La moglie, sempre gentile, esce un po’ meno spesso.

    Lo so già. Questa sarà l’ultima volta in cui vedrò quella casa in quello stato. La prossima volta sarà ancora più silenziosa, quella casa. Il vicino sarà, a ragione, ancora più incazzato con il sistema che lo ha voluto povero. Il barbiere inizierà a cacciare capelli bianchi. La pista da bocce sarà ancora più piena di cacche di cane che nessuno ormai toglie più via. Di quella festa continua non resterà che qualche lustrino per terra, qualche maschera caduta per il sonno, qualche maschera struccata e stanca di una festa durata così tanto, qualche altra ubriaca di tutto questo.

     L’orologio resterà lì, così come la chiesa spartitraffico, ad aspettare ancora. Resterà solo un lungo sonno, fatto di giorni senza più alcun nome, finchè un’altra festa non capiterà nello stesso luogo, finchè non diventerà casa per qualcun altro.

     E della vecchia festa non resterà più nulla.

mercoledì 29 agosto 2012

Non ci pensare.

    Non ho mai creduto alla favoletta del desiderio delle stelle cadenti, nè ci crederò mai. Sono semplicemente dovute al fatto che la Terra, mentre gira, ogni tanto qualche cosa le si sbatte sopra. E' come un tipo che gira per strada e lo prendono a sassate. Ecco, non è che per ogni sasso che prende esprime un desiderio. Figurati se è contento uno che lo prendono a sassi mentre cammina. Eppure, le stelle cadenti restano qualcosa di spettacolare. Non smetterò mai di stupirmi ogni volta che ne vedo una, di esultare per aver visto qualcosa che in fondo tutti vogliono vedere, ma che proprio io ho avuto l'occasione di vedere e di dire "L'ho vista!".

    Un giorno di questi mi ritrovo a mare in buona compagnia. Cioè, una notte di queste. Non siamo molti, ma stiamo bene, a fissare questo cielo pulito, pieno di puntini bianchi uno più diverso dall'altro. Io mi sentivo un idiota, in fondo, a stare in costume su una sdraio da spiaggia con il collo piegato a guardare il cielo, ad aspettare che accadesse qualcosa. Di colpo inizio a sentire l'odore del mio stesso alito, mi accorgo di avere anche la bocca aperta e di aver mangiato troppa pizza. Ogni tanto, uno dei miei compagni di notte diceva di aver visto una stella cadente. Non riuscivo a vederne nessuna, così, un po' scocciato, inizio a cercare il Grande Carro.

     Le stelle cadenti sono roba da dilettanti. Il Grande Carro è roba seria. Ecco, tutti possono dire di aver visto una stella cadente, ma solo quelli più fichi hanno trovato il Grande Carro. Di colpo, i miei amici vicino a me dicono di averlo visto, ma ancora io non riesco a trovarlo. Una di loro me lo spiega, mi dà le istruzioni, ma a quanto pare sono proprio impedito. Niente.

     Quella sera doveva essere una sera come le altre, una nottata tra amici, eppure era diventata quasi per caso una specie di festa per i miei 18 anni. A me non piace fare feste, eppure, così come si stava svolgendo, mi rendo conto che era proprio come la desideravo. Con due giorni di ritardo, senza vestiti eleganti, senza fuochi d'artificio, senza discoteca. Poche persone, senza molto disagio, un evento come un altro, più in sordina di tutti gli altri, senza disturbare troppo. Si fa pipì tra le dune, le ragazze senza trucco, tutti a parlare a ruota libera con una torcia cinese comprata all'edicola a 5 euro in più con il giornale. Una serata perfetta, buttati lì, quasi alla fine dell'estate, tra problemi più o meno zittiti.

    Potevo sentire che ognuno seduto intorno a quella torcia scema aveva almeno un motivo per mettersi a piangere, lì, su due piedi. Eppure stavamo tutti a parlare del Grande Carro, a tirare le somme di 5 anni interi, a passare una serata insieme e, in fondo, a scordarci (me compreso) che avevo fatto 18 anni. Pensieri malinconici volavano tra un discorso e l'altro, tra una risata e l'altra, sulle nostre teste, tra una chioma a onde castana, dei ricci neri e altri ricci castani, due code di cavallo, un ciuffo ribelle e il mio casco stile pupazzetto Lego. Potevo vederli chiaramente. Avrei voluto alzarmi in un momento di pausa e piantare un cartello con su scritto "Non ci pensare, almeno per stasera.".

    Non ci pensava nessuno, e ci pensavano tutti. Non puoi farci niente, ad un certo punto, immagino. I pensieri tristi diventano di routine, come le mosche sulla cacca. Ma per quella sera, almeno per quella sera, io mi imponevo di non pensarci. Sarebbe stata una battaglia persa, come quella della balena arenata che vuole tornare in acqua, eppure volevo provarci.

    Così, mi ritrovo, tra un pensiero e l'altro, a mangiare mezza pizza avanzata da qualche ora di fronte agli occhi malinconici dei miei compagni. Mi guardavano stupiti, in fondo anche divertiti. Chissà se potevano capire cosa volessi dire, perchè stessi mangiando altra pizza alle 3 di notte, perchè stessi correndo poco dopo in acqua alle 3 e mezza di notte, con le mani alzate come Giucas Casella. Era il mio modo per dirlo, "Non ci pensare", un messaggio per tutti. Sì, per un momento uno di loro non ci ha pensato, e mi ha seguito. Per fortuna, dal quel momento mi è sembrato che un po' tutti ci pensassimo di meno.

    Fuori dall'acqua, altra pizza, e qualcun'altro la mangia con me. Qualcun'altro ingoia pensieri a morsi di pizza fredda, decide di non pensarci. E infine, finalmente, non ci pensiamo più, pensiamo solo a passeggiare in riva al mare che sbava sulla spiaggia. Passeggiamo tutti.

    Adoro la notte, adoro questa notte.

    Arriva il momento in cui si smette il liceo. Questo è anche sopportabile, arriva, però, il momento che da bambino non ti aspetti quasi mai. Il momento in cui una tua compagnia così assidua, così frequente, tanto da darla per scontata nella tua giornata, prima o poi va via. Ed è sopportabile se questa compagnia è l'elenco dei libri, la campanella, la bidella che puzza di fumo, il tipo impettito e insopportabile che mette cravatte orribili ed è fiero della sua posizione di Professore di qualcosa di definibile solo come "Alligalli".

    Di lì a poco, noi che stavamo lì ci saremmo separati, quello non era sopportabile. Tornare ai propri pensieri, alle proprie navi in partenza. Ed in fondo, il pensiero di tutti era di allungare quanto più fosse possibile quella serata, quella notte, quelle ore insieme a non fare niente. Mangiare via dal resto qualche minuto in più, qualche ora in più, andarsene via un po' più tardi, tenuti insieme dallo stesso tacito proposito.

    Eppure si va tutti quanti via, prima o poi. Chi prima, chi dopo, si va via tutti. Anche le stelle sarebbero andate via di lì a qualche ora, eppure non mi sarei stancato di guardarle. Eppure quella sì che, dopo tanti mesi, era una serata perfetta. Non credo che riuscirò a dimenticarmene.  Nessuno di noi lì se ne dimenticherà, come nessuno si dimentica di nessuno. Tutti vanno via, eppure non dimenticano ciò che lasciano, sanno già che prima o poi ci faranno ritorno. Sanno già che sarà uno dei loro pensieri in un momento più triste degli altri, quella bella serata, quella simpatica compagnia, quegli amici che lì non c'erano, ma da cui ci si è separati, ognuno i suoi.

    Un giorno, amico mio, amica mia, che vai via così, un giorno in cui sarò triste, guarderò le stelle e saprò di non essere solo. Saprò che non mi hai dimenticato, come io non mi dimentico di te. Saprò questo, anche se saremo lontani, e in un brutto momento mi aiuterà a stare meglio, sapere che anche tu, almeno una volta, hai pensato a questo. 

     Ci vediamo sulla spiaggia.

martedì 7 agosto 2012

Suonare.

   Quando ero piccolo ho iniziato a suonare il pianoforte. I miei mi comprarono una bella pianola della Casio, un "sintetizzatore", dicevano, uno tra i migliori di allora. Usato, però in ottimo stato, mi serviva per esercitarmi per le lezioni di piano che prendevo da una maestra. Era una donna un po' strana, aveva la casa piena di oggetti da vecchia, con un figlio brufoloso sulla ventina che non faceva che leggere Topolino e giocare alla playstation.

    Aveva una gabbietta per criceti vuota in corridoio e la sua casa puzzava sempre di chiuso. Aveva un bel pianoforte a coda, di quelli da concerto, una cosa serissima. Solo che io ero molto piccolo per poter suonare roba seria, così per il primo anno e mezzo non ho fatto che suonare le cazzatelle da manualetto dell'apprendista scemo. Come tutti i bambini piccoli, avevo la presunzione di essere grande e volevo le cose difficili.

    Una volta la maestra ci ha raccontato che aveva dietro una storia assurda, di un marito infedele e bastardo, che si era trasferita da Chieti fin qui per motivi assurdi e che stava male, male davvero. In un silenzio generale di imbarazzo, per salvare la situazione chiesi cosa ci facesse da tanto tempo quella gabbietta per criceti vuota nel corridoio. Ci disse che la bestiola che ci viveva era riuscita a scappare da lì dentro sotto i suoi occhi e, decisissima, si buttò dal balcone in un balzo solo. Dopo la mia infelice domanda, iniziò a piangere.

    Quella volta, mentre parlava, mi sono chiesto davvero dove cazzo le venisse la voglia di dare lezioni di piano a piccoli mocciosi. Poi il tempo era finito, mia madre aprì il portafoglio e mi si accese una lampadina. Un giorno ci disse che non poteva fare più lezione perchè aveva traslocato, era partita a Trieste, mi pare. Di lei non ho saputo più nulla.

    Dal pianoforte sono passato alla chitarra. Per il mio compleanno, mio fratello mi regalò una chitarra da apprendista per imparare a suonare, una di quelle che non costano molto. Solo che non volevo rinunciare alla piscina, così ho iniziato ad arrangiarmi da solo con la chitarra. Ho iniziato a fare i primi accordi, solo che avevo le mani troppo piccole e dopo 5 minuti mi facevano male le dita per lo sforzo. Presi l'impegno con me stesso di riprovare l'anno dopo. Effettivamente, l'anno dopo andò un poco meglio.

     Mi stava piacendo di brutto, anche perchè un mio amico mi ha dato un po' di consigli su come imparare a suonare, suonavo anche due ore al giorno e ho iniziato con le prime canzoni. Mi sarebbe piaciuto saper strimpellare qualcosa, così, per suonare sulla spiaggia. Ad un certo punto mi sono reso conto che sebbene gli accordi mi uscissero bene, mi mancava una cosa sola. Una cosa imprescindibile, che ti distingue dal musicista idiota e presuntuoso, che ti porta un po' più vicino ad un musicista che suona live at semaforo: il senso del ritmo.

    Non suonavo. Zappavo. Non facevo scivolare il plettro sulle corde su e giù, armoniosamente, come un qualunque Eric Clapton o un Gigi D'Alessio a caso (Dio mio, anche lui ce la fa). Zappavo bene da Dio, quantomeno. Così, per senso del pudore, ho lasciato. Meglio lasciare, meglio abbandonare che suonare male credendo di suonare bene.

    Quello che non mi manca, dicono, è una voce niente male. Sembra che sappia cantare bene, su certe tonalità. Così ho iniziato a cantare, e mi piaceva, mi piaceva tanto, soprattutto quando mi facevano complimenti. Cantare mi fa sentire bene in certi momenti. Canto quando sto bene, quando sto male, quando sto a metà, canto sempre. E poi non è così impegnativo come lo strumento, basta aprire la bocca e far uscire qualcosa di più simile possibile ad una canzone realmente esistente.

    Poi di essere tanto incosciente ho smesso. La giostra ha iniziato a farmi venire un po' il mal di mare, e anche molto in fretta, tutto questo nel giro di due mesi. Tante piccole certezze sono  venute meno, persone sono andate via, e da un bel castello che avevo tirato su, mi è giusto restato un pugno di sabbia. La classica fase di cambiamento, di passaggio, quella fase che capita a tutti prima o dopo. Quella fase che per la prima volta nella vita puoi davvero dire "sto male". E così, da un giorno all'altro, mi sono ritrovato con così tanti pensieri in testa che ho pensato: "Dio mio, vorrei saper suonare.".

    Niente è perduto. Ho tirato via la zip del fodero, ho estratto la chitarra in letargo, mi sono seduto e ho iniziato ad accordarla. Ho preso lo spartito della versione acustica di Hey Ya e ho iniziato a suonare. Niente, nemmeno a volerlo. Ci sono stato su un pomeriggio intero, diavolo se riuscissi a smettere di zappare. Un po' dispiaciuto, ho rimesso la chitarra nel fodero e sono andato a studiare.

    Ci sono momenti in cui vorrei saper suonare uno strumento. Mi piacerebbe prendere e suonare, così, anche di sera tardi, per non pensare a certe cose. Sono convinto che la maggior parte delle persone che suona uno strumento musicale lo fa per sfogare la propria rabbia attraverso qualcosa di splendido. E' per questo motivo che quando sei molto piccolo o incosciente non hai troppa voglia di imparare a suonare uno strumento musicale, semplicemente perchè non ti va, non ne hai bisogno. Poi arriva sempre il momento in cui sei abbastanza grande per iniziare a capire che nella vita certe cose non te le scrolli di dosso così, su due piedi, così ti viene voglia di suonare qualcosa, ma non ci riesci.

    "E ti tieni la voglia", diceva qualcuno. Ti fai una doccia e vedi che ti passa. Acqua fredda in questi casi, per farti scivolare via tutto quanto, magari anche una lacrima. L'acqua scorre. Mi soffio il naso, e il fiato mi viene per i Killers a mezza voce, per fortuna. Mi viene in mente la maestra di piano. E capisco anche quella donna esaurita, che non si è mai abbastanza vecchi per la musica. Anche se non si sa cantare, anche se non si sa suonare, ogni tanto bisogna farlo, altrimenti non ce la si fa in certi momenti. Bastano anche 5 minuti e il sorriso torna.

     Un secolo fa, un soldato dei nostri in trincea sul Carso era molto preoccupato. I nemici erano vicini e la trincea scarseggiava di rifornimenti. Così ha iniziato a cantare. E un suo compagno di fianco, all'inizio un po' scocciato, sospirò e lo capì. Prese un coltello e incise sulla parete di una roccia umidiccia le parole: "Canta che ti passa".

lunedì 16 luglio 2012

Digitale.

    Dieci anni fa si iniziò a parlare del digitale terrestre. Il Tg1 era ancora il telegiornale più seguito d'Italia e ho ancora nella mente i servizi dei giornalisti sulle conferenze stampa sul digitale terrestre. Mi ricordo che le organizzavano in una sala tutta blu, con una scrivania grande e dietro la scrivania c'erano sempre Berlusconi e altri tipi in giacca e cravatta come lui. Parlavano del Digitale come della rivoluzione tecnologica, dell'avanguardia della televisione di cui il nostro paese si stava fornendo. In quel periodo iniziò la grande corsa all'acquisto dei primi decoder, a cui anche la mia famiglia ha partecipato, anche perchè c'era lo sconto di 50 euro.


    Un giorno papà aveva portato a casa questa scatola con dentro il famoso "decoder di Berlusconi", perchè così lo chiamavano tutti quanti. L'ho aiutato a montarlo e abbiamo iniziato a vedere la tv col digitale. In effetti, la qualità dell'immagine era molto migliore. Finalmente potevo vedere con più dettaglio la maculazione del pelo di Rex e le pieghe della sottana di Don Matteo quando fa il saltino dalla bicicletta. 


    E poi c'erano i canali interattivi, roba che potevi giocare a giochini scemi con il telecomando sui canali che lo permettevano. Per uno stronzetto di quinta elementare, tutto è buono per non fare un cazzo. Anche parcheggiarsi sul divano nei pomeriggi spenti a giocare ai giochini del decoder con la bocca mezza aperta ridotto alla reattività di un pesce agonizzante.


     Poi l'interattività la tolsero, non ne ho mai capito il motivo. E anche i canali ogni tanto iniziavano a non vedersi più. E dire che il digitale doveva essere diverso, dicevano che si sarebbe visto senza problemi tutto il giorno, non come la tv normale che ogni tanto ti faceva il nevischio sul finale del film o sulla puntata di Dragonball. Il digitale il nevischio non te lo fa. Il digitale, quando tutto si sta vedendo bene, di colpo inizia a squittire e a farti uscire rettangoli colorati sullo schermo, il che è fastidioso come il nevischio, solo che a me all'inizio faceva tanto ridere.


    -Quando faranno lo switch-off si sistemerà tutto, si vedrà sempre tutto senza problemi.-. Lo switch-off totale avrebbe segnato di lì a qualche anno la fine di un'era, l'inizio della nuova televisione. Per un bambino scemo come me, lo switch-off, per come ne parlavano, stava assumendo contorni millenaristici. Avrei assistito alla fine della televisione di una volta, avrei visto la televisione e raccontato ai miei figli increduli di quel periodo in cui alla tv c'era il nevischio e qualche volta non si vedeva niente. Wow, pensavo tra una puntata e l'altra di Dragonball.


    Di colpo, poi, del digitale non si parlò più. Spuntò fuori che lo sconto dei 50 euro del decoder di Berlusconi era illegale o qualcosa così, il digitale diventò ormai banale, una cosa che si dà per scontata, senza troppo stupore. Iniziò anche lo switch-off e, dopo anni di torpore, squittii e interferenze a rettangoli, annunciarono la vera novità del digitale. La nuova offerta di canali, canali nuovi, canali eccezionali, roba che non si è mai vista.


    Ormai la tv non mi eccita più di tanto. Sono cresciuto, se voglio vedere qualcosa c'è sempre lo streaming su internet, e poi ho sempre avuto di meglio da fare. Però ero curioso di vedere questi nuovi canali, questa "nuova offerta".


    Un pomeriggio ho acceso la televisione. C'era Enrico Papi che conduceva un'ennesima replica di un quiz tv. Una formula banalissima. Due concorrenti rispondono a delle domande, ma soprattutto giocano ad una specie di roulette gigante, in cui la palla è una palla da basket tutta nera. La maggior parte del tempo della trasmissione consiste nel far vedere il conduttore, i concorrenti e il pubblico guardare questa palla girare attorno alla roulette sperando che cada in una casella verde, gridando tutto il tempo "Ver-de! Ver-de! Ver-de!".


    Ero lì, alle 16 e 30 a guardare un centinaio di persone guardare una palla che gira. E la guardavo anche io. E quella cantilena continua mi stava penetrando. Anche io dicevo "Ver-de! Ver-de!" piano piano, a mezza bocca, ma c'ero anche io. Avevo immaginato il digitale come qualcosa di grande, avevo immaginato questa novità come qualcosa di diverso, che mi avrebbe permesso di vedere quello che volevo io e quando volevo io. Che mi avrebbe dato la libertà di scegliere, almeno cosa guardare.


   La libertà consiste nel guardare Enrico Papi 3 ore prima del solito.

martedì 10 luglio 2012

Dormire.


      Non ho mai capito come mai i miei coetanei vivono il momento del risveglio così dolorosamente. Tutti quelli che conosco e che ho conosciuto mi hanno sempre parlato di una vera e propria fatica di svegliarsi, di un torpore difficile da vincere, del dolore lancinante agli occhi quando accendono la luce, della sensazione di galleggiare in un barile di olio. Mi sono da sempre svegliato senza fatica, alzato dal letto come da una sedia, soddisfatto del mio sonno e sentito il mio corpo attivo come chi ha appena preso un caffè.
       
      Sono passati diversi anni così, finchè un giorno anche io mi sono svegliato male. Anche io appena sveglio ho avuto gli stessi sintomi da sopravvissuto in una catastrofe nucleare, gli occhi appannati, il dolore della luce e tutta quella roba lì. In quel momento ho capito l’importanza del caffè, da quel momento per svegliarmi ho avuto bisogno di un appoggio concreto. Non ne capivo il motivo, ma di colpo era così e non più come era prima.
     
      Nelle mattine a studiare per questo fottuto esame orale, tra un libro e l’altro, non vedevo l’ora che fosse pronto da mangiare per poter avere il tempo, dopo mangiato, di andare a dormire. Neanche questo mi era mai accaduto, come altrettanto stranamente accadeva che, dopo il pranzo, quell’oretta che prendevo per riposare in realtà mi stressava più di ogni altra cosa. Con tutto il ventilatore acceso, non facevo che rivoltarmi nel letto, sudare dalla schiena, cambiare posizione, sudare dalle ascelle, cambiare ancora posizione, sudare dalla pancia, sudare dal naso, sudare dalla fronte finchè il sudore non era così tanto da passare attraverso le sopracciglia e arrivare a bruciarmi gli occhi. Quando, inutilmente, dopo un’ora la sveglia suonava, ero più stanco di prima e costretto ad aprire di nuovo i libri, ad aspettare la sera per riposarmi e, anche di sera, rivivere tutto quello che era successo a pomeriggio. Roba da tossici in astinenza.
      
      Il bello è che per l’esame non ero affatto preoccupato. Non lo sono mai stato, non era l’esame il problema. Il problema era la fatica di prendere sonno e di svegliarsi.  Credo che sia questa la vita dei grandi: avere una giornata di merda in cui lavorare in funzione del momento di riposo, avere il momento di riposo in cui non è possibile riposarsi, finire il momento di riposo e ricominciare a lavorare in attesa del prossimo momento di riposo.

      Non posso negarlo, è tutta colpa dei brutti pensieri. Tutta colpa di quelle cose che se ci pensi non ti fanno concludere un cazzo. E non solo, ma quando ci pensi non ti lasciano proprio più, non ti fanno concentrare su nient’altro che quelle cose. Le cose che non ci dormi la notte.

      Ecco, credo che serva a questo trovare un lavoro, in sostanza. Trovare del tempo in cui avere qualcosa da fare per non pensare durante il giorno a quelle cose che non ci dormi la notte. E tanto più ti stanchi al lavoro, tanto più ti ritrovi con la cera di un caffè annacquato quando riuscirai a trovare tempo per riposarti. E allora sarai così stanco che alle cose che non ci dormi la notte non hai proprio la forza di pensare, così ti metti a dormire e riesci a svegliarti in maniera decente.

       L’altra mattina ho studiato tanto. Ho mangiato un po’, non troppo perché non avevo fame, ho visto la partenza della Formula 1 e mi sono messo a letto con gli occhi chiusi ad ascoltare Gianfranco Mazzoni vomitare commenti per la partenza del Gran Premio di Silverstone. Poi mi sono addormentato quasi subito e mi sono svegliato un’oretta dopo.

       Erano tre mesi che non dormivo così bene.