martedì 18 settembre 2012

Festa.


     Ci sono posti in cui ci si sente a casa. Non si tratta di casa vera e propria, ma di posti che ci danno lo stesso calore di casa, la stessa accoglienza, ristoro, bei ricordi, posti sicuri in cui isolarsi, come se si fosse a casa propria. Sono posti che dispiace, dispiace davvero abbandonare. I tedeschi li chiamano heimat, o qualcosa del genere.

     Nel punto più alto di una pianura ampia molti chilometri, c’è un paesino. Ci ho trascorso la maggior parte della mia infanzia. Un posto curioso, in cui il tempo non sembra mai rovinare nulla. Tutto scorre normalmente, secondo un ritmo atavico, un lento orologio di legno caricato una volta sola, che da allora non ha bisogno più di manutenzione. Tutti conoscono tutti, tutti sanno tutto di tutti, in un modo quanto mai spassoso.

    Le vecchine, la sera, si mettono tutte lì, nei vialetti, a giudicare i fatti del giorno, le persone, le figlie delle persone. Unirsi a loro, anche solo per ascoltare, è uno spettacolo unico. Sentire il dialetto stretto, i soprannomi strani che si tramandano di padre in figlio, nati dai fatti più assurdi capitati ai nonni dei nonni di persone ancora vive. Di alcuni, l’origine del soprannome è nota, di altri non si ricorda neanche più. Era divertente (e lo è tuttora) giocare con questi soprannomi, sentirne il più possibile, capire a chi si riferiscono, così anche solo camminare e vedere ogni persona nel paese era come camminare in una festa in maschera, fatta di persone più o meno ignare di indossare una certa maschera grottesca. Il signor verza, il signor scarafaggio, il signor brufoloinculo, il signor sceriffo, erano tutti lì, lo sono sempre stati.

     Il vicino di casa di mio zio, che abita lì, e la sua strana famiglia, anche loro hanno le loro maschere. Il vicino è un tipo magro e alto, fa il pescatore, fuma e bestemmia sempre. Sua moglie, un po’ grossa, lavoricchia di qua e di là, con quello che trova e il figlio piccolo va in giro dappertutto con la sua bici. Al matrimonio della sorella di lui, seppure un po’ povero, il vicino ci teneva molto a far bella figura, così decise di improvvisare una tintura per capelli per colorare la sua solita chioma grigia. Era un po’ inesperto, per cui il suo lavoro non riuscì come previsto. I suoi capelli restarono grigi, in compenso colorò di biondo platino una vistosa parte della sua frangia. Essendo naturalmente spettinato, sembrava un incrocio tra il chitarrista dei Green Day e Cristiano Malgioglio in una giornata storta. Uscì di casa e andò al matrimonio, stette tutto il tempo con la mano sulla fronte e il viso rosso per la vergogna. Il risultato finale non fu né il chitarrista dei Green Day né Malgioglio. Sembrava semplicemente un ubriaco in giacca e cravatta. Una maschera perfetta. Da quel giorno, tutte le volte che lo incontro lo ricordo in quel momento e lo saluto con un sorriso, con la stessa empatia che ho verso Paperino.

    Quella continua festa, quel passeggiare, riconoscere, salutare, avere il piacere di essere riconosciuti e continuare ognuno per i propri affari, era quello il sentirsi a casa.

    Anno dopo anno, l’orologio continuava a scorrere, con qualche vecchina in meno, qualche scandalo in più, qualche persona che prende e va via, qualche persona che resta. Impercettibilmente, il ticchettio dell’ingranaggio continuava a fare il suo corso, verso un continuo flebile spegnersi. Nessuno più resta nel paese, le generazioni passano, e i figli degli anziani si seguono uno dietro l’altro, pronti e decisi ad andare altrove, giustamente. Grandi speranze, troppo grandi da essere accontentate da una festa in maschera.

     Gli scandali diventano sempre meno eclatanti, anche perché non c’è più nessuno che ne parla. Le sere calde d’estate non sono più illuminate dalle piccole giurie da vicolo, che si riunivano sgranocchiando qualche pistacchio preso alla fiera del giorno prima, fatto avanzare apposta per la serata. Mute testimoni sono solo le mura del paese vecchio e della chiesa madre, dodici anni fa luogo di riunione generale, attualmente inagibile e diventata un ingombrante spartitraffico.

     Accompagno a farsi i capelli lo zio che abita lì, in un giorno con il sole. Incontriamo un suo amico, che ha una barchetta al porto, così come mio zio. L’amico dello zio è un signore un po’ attempato pieno di tatuaggi strani dappertutto, tra cui quello di un bella donna sulla schiena. Coltiva pomodori e zucchine nell’orticello e, a tempo perso, va a pesca con lo zio. Qualche anno fa mostrava una barba folta e un baffone da ammaestratore del circo. Lo ritrovo dopo due anni, rasato, più stanco del solito, come un pagliaccio struccato dopo lo spettacolo.

    -Ho messo il motore nuovo alla barca, della…della…gliamàchia, mi pare che si chiama così.-, dice allo zio, che non corregge l’amico e dice che è un motore buono. Anche l’orto gli va bene, quest’anno sembra siano venuti fuori dei pomodori buoni. E poi silenzio. Eravamo in tre, in piedi, a guardare il sacro spartitraffico, senza più niente da dire. Il cielo ride, al bar sono buttati quattro vecchi come cani randagi, attorno alla fontana con il fascio littorio che funziona tuttora, ma di cui nessuno più si serve. Passa il vecchio tuttofare con la sua orrenda Tipo color verde palude. Arriva all’incrocio con la terza, saluta timidamente tutti con un colpo di clacson, mette la freccia a destra e gira a sinistra. Nessuno lo corregge, nessuno sembra essersene accorto. Il silenzio continua, finchè lo zio non dice di voler andare a farsi i capelli. Saluto l’amico dello zio e lo seguo.

    Il barbiere è allievo di un altro barbiere del paese. E’ giovanissimo, andavo sempre da lui quando ero piccolo. Un tipo dalla battuta pronta, non si poteva non ridere insieme a lui. Non andavo a trovarlo da almeno sei anni. Delle sue solite camicie a quadri non restava molto. I capelli con la riga in mezzo, una polo a righe e l’aria di un signore avanti con gli anni. Mi saluta con un sorriso. Non dice nulla, lavora e basta. Nessuno dice nulla, il silenzio è padrone.

    La festa sembra davvero finita. Tutto non esprime più vitalità, ma una lenta e continua stanchezza. Giorno dopo giorno, ognuno si corica un po’ di più sul fianco. Il vicino dello zio, ogni giorno, più che bonario sembra incazzato. Suo figlio gira così al largo che non lo vedo mai. La moglie, sempre gentile, esce un po’ meno spesso.

    Lo so già. Questa sarà l’ultima volta in cui vedrò quella casa in quello stato. La prossima volta sarà ancora più silenziosa, quella casa. Il vicino sarà, a ragione, ancora più incazzato con il sistema che lo ha voluto povero. Il barbiere inizierà a cacciare capelli bianchi. La pista da bocce sarà ancora più piena di cacche di cane che nessuno ormai toglie più via. Di quella festa continua non resterà che qualche lustrino per terra, qualche maschera caduta per il sonno, qualche maschera struccata e stanca di una festa durata così tanto, qualche altra ubriaca di tutto questo.

     L’orologio resterà lì, così come la chiesa spartitraffico, ad aspettare ancora. Resterà solo un lungo sonno, fatto di giorni senza più alcun nome, finchè un’altra festa non capiterà nello stesso luogo, finchè non diventerà casa per qualcun altro.

     E della vecchia festa non resterà più nulla.

mercoledì 29 agosto 2012

Non ci pensare.

    Non ho mai creduto alla favoletta del desiderio delle stelle cadenti, nè ci crederò mai. Sono semplicemente dovute al fatto che la Terra, mentre gira, ogni tanto qualche cosa le si sbatte sopra. E' come un tipo che gira per strada e lo prendono a sassate. Ecco, non è che per ogni sasso che prende esprime un desiderio. Figurati se è contento uno che lo prendono a sassi mentre cammina. Eppure, le stelle cadenti restano qualcosa di spettacolare. Non smetterò mai di stupirmi ogni volta che ne vedo una, di esultare per aver visto qualcosa che in fondo tutti vogliono vedere, ma che proprio io ho avuto l'occasione di vedere e di dire "L'ho vista!".

    Un giorno di questi mi ritrovo a mare in buona compagnia. Cioè, una notte di queste. Non siamo molti, ma stiamo bene, a fissare questo cielo pulito, pieno di puntini bianchi uno più diverso dall'altro. Io mi sentivo un idiota, in fondo, a stare in costume su una sdraio da spiaggia con il collo piegato a guardare il cielo, ad aspettare che accadesse qualcosa. Di colpo inizio a sentire l'odore del mio stesso alito, mi accorgo di avere anche la bocca aperta e di aver mangiato troppa pizza. Ogni tanto, uno dei miei compagni di notte diceva di aver visto una stella cadente. Non riuscivo a vederne nessuna, così, un po' scocciato, inizio a cercare il Grande Carro.

     Le stelle cadenti sono roba da dilettanti. Il Grande Carro è roba seria. Ecco, tutti possono dire di aver visto una stella cadente, ma solo quelli più fichi hanno trovato il Grande Carro. Di colpo, i miei amici vicino a me dicono di averlo visto, ma ancora io non riesco a trovarlo. Una di loro me lo spiega, mi dà le istruzioni, ma a quanto pare sono proprio impedito. Niente.

     Quella sera doveva essere una sera come le altre, una nottata tra amici, eppure era diventata quasi per caso una specie di festa per i miei 18 anni. A me non piace fare feste, eppure, così come si stava svolgendo, mi rendo conto che era proprio come la desideravo. Con due giorni di ritardo, senza vestiti eleganti, senza fuochi d'artificio, senza discoteca. Poche persone, senza molto disagio, un evento come un altro, più in sordina di tutti gli altri, senza disturbare troppo. Si fa pipì tra le dune, le ragazze senza trucco, tutti a parlare a ruota libera con una torcia cinese comprata all'edicola a 5 euro in più con il giornale. Una serata perfetta, buttati lì, quasi alla fine dell'estate, tra problemi più o meno zittiti.

    Potevo sentire che ognuno seduto intorno a quella torcia scema aveva almeno un motivo per mettersi a piangere, lì, su due piedi. Eppure stavamo tutti a parlare del Grande Carro, a tirare le somme di 5 anni interi, a passare una serata insieme e, in fondo, a scordarci (me compreso) che avevo fatto 18 anni. Pensieri malinconici volavano tra un discorso e l'altro, tra una risata e l'altra, sulle nostre teste, tra una chioma a onde castana, dei ricci neri e altri ricci castani, due code di cavallo, un ciuffo ribelle e il mio casco stile pupazzetto Lego. Potevo vederli chiaramente. Avrei voluto alzarmi in un momento di pausa e piantare un cartello con su scritto "Non ci pensare, almeno per stasera.".

    Non ci pensava nessuno, e ci pensavano tutti. Non puoi farci niente, ad un certo punto, immagino. I pensieri tristi diventano di routine, come le mosche sulla cacca. Ma per quella sera, almeno per quella sera, io mi imponevo di non pensarci. Sarebbe stata una battaglia persa, come quella della balena arenata che vuole tornare in acqua, eppure volevo provarci.

    Così, mi ritrovo, tra un pensiero e l'altro, a mangiare mezza pizza avanzata da qualche ora di fronte agli occhi malinconici dei miei compagni. Mi guardavano stupiti, in fondo anche divertiti. Chissà se potevano capire cosa volessi dire, perchè stessi mangiando altra pizza alle 3 di notte, perchè stessi correndo poco dopo in acqua alle 3 e mezza di notte, con le mani alzate come Giucas Casella. Era il mio modo per dirlo, "Non ci pensare", un messaggio per tutti. Sì, per un momento uno di loro non ci ha pensato, e mi ha seguito. Per fortuna, dal quel momento mi è sembrato che un po' tutti ci pensassimo di meno.

    Fuori dall'acqua, altra pizza, e qualcun'altro la mangia con me. Qualcun'altro ingoia pensieri a morsi di pizza fredda, decide di non pensarci. E infine, finalmente, non ci pensiamo più, pensiamo solo a passeggiare in riva al mare che sbava sulla spiaggia. Passeggiamo tutti.

    Adoro la notte, adoro questa notte.

    Arriva il momento in cui si smette il liceo. Questo è anche sopportabile, arriva, però, il momento che da bambino non ti aspetti quasi mai. Il momento in cui una tua compagnia così assidua, così frequente, tanto da darla per scontata nella tua giornata, prima o poi va via. Ed è sopportabile se questa compagnia è l'elenco dei libri, la campanella, la bidella che puzza di fumo, il tipo impettito e insopportabile che mette cravatte orribili ed è fiero della sua posizione di Professore di qualcosa di definibile solo come "Alligalli".

    Di lì a poco, noi che stavamo lì ci saremmo separati, quello non era sopportabile. Tornare ai propri pensieri, alle proprie navi in partenza. Ed in fondo, il pensiero di tutti era di allungare quanto più fosse possibile quella serata, quella notte, quelle ore insieme a non fare niente. Mangiare via dal resto qualche minuto in più, qualche ora in più, andarsene via un po' più tardi, tenuti insieme dallo stesso tacito proposito.

    Eppure si va tutti quanti via, prima o poi. Chi prima, chi dopo, si va via tutti. Anche le stelle sarebbero andate via di lì a qualche ora, eppure non mi sarei stancato di guardarle. Eppure quella sì che, dopo tanti mesi, era una serata perfetta. Non credo che riuscirò a dimenticarmene.  Nessuno di noi lì se ne dimenticherà, come nessuno si dimentica di nessuno. Tutti vanno via, eppure non dimenticano ciò che lasciano, sanno già che prima o poi ci faranno ritorno. Sanno già che sarà uno dei loro pensieri in un momento più triste degli altri, quella bella serata, quella simpatica compagnia, quegli amici che lì non c'erano, ma da cui ci si è separati, ognuno i suoi.

    Un giorno, amico mio, amica mia, che vai via così, un giorno in cui sarò triste, guarderò le stelle e saprò di non essere solo. Saprò che non mi hai dimenticato, come io non mi dimentico di te. Saprò questo, anche se saremo lontani, e in un brutto momento mi aiuterà a stare meglio, sapere che anche tu, almeno una volta, hai pensato a questo. 

     Ci vediamo sulla spiaggia.

martedì 7 agosto 2012

Suonare.

   Quando ero piccolo ho iniziato a suonare il pianoforte. I miei mi comprarono una bella pianola della Casio, un "sintetizzatore", dicevano, uno tra i migliori di allora. Usato, però in ottimo stato, mi serviva per esercitarmi per le lezioni di piano che prendevo da una maestra. Era una donna un po' strana, aveva la casa piena di oggetti da vecchia, con un figlio brufoloso sulla ventina che non faceva che leggere Topolino e giocare alla playstation.

    Aveva una gabbietta per criceti vuota in corridoio e la sua casa puzzava sempre di chiuso. Aveva un bel pianoforte a coda, di quelli da concerto, una cosa serissima. Solo che io ero molto piccolo per poter suonare roba seria, così per il primo anno e mezzo non ho fatto che suonare le cazzatelle da manualetto dell'apprendista scemo. Come tutti i bambini piccoli, avevo la presunzione di essere grande e volevo le cose difficili.

    Una volta la maestra ci ha raccontato che aveva dietro una storia assurda, di un marito infedele e bastardo, che si era trasferita da Chieti fin qui per motivi assurdi e che stava male, male davvero. In un silenzio generale di imbarazzo, per salvare la situazione chiesi cosa ci facesse da tanto tempo quella gabbietta per criceti vuota nel corridoio. Ci disse che la bestiola che ci viveva era riuscita a scappare da lì dentro sotto i suoi occhi e, decisissima, si buttò dal balcone in un balzo solo. Dopo la mia infelice domanda, iniziò a piangere.

    Quella volta, mentre parlava, mi sono chiesto davvero dove cazzo le venisse la voglia di dare lezioni di piano a piccoli mocciosi. Poi il tempo era finito, mia madre aprì il portafoglio e mi si accese una lampadina. Un giorno ci disse che non poteva fare più lezione perchè aveva traslocato, era partita a Trieste, mi pare. Di lei non ho saputo più nulla.

    Dal pianoforte sono passato alla chitarra. Per il mio compleanno, mio fratello mi regalò una chitarra da apprendista per imparare a suonare, una di quelle che non costano molto. Solo che non volevo rinunciare alla piscina, così ho iniziato ad arrangiarmi da solo con la chitarra. Ho iniziato a fare i primi accordi, solo che avevo le mani troppo piccole e dopo 5 minuti mi facevano male le dita per lo sforzo. Presi l'impegno con me stesso di riprovare l'anno dopo. Effettivamente, l'anno dopo andò un poco meglio.

     Mi stava piacendo di brutto, anche perchè un mio amico mi ha dato un po' di consigli su come imparare a suonare, suonavo anche due ore al giorno e ho iniziato con le prime canzoni. Mi sarebbe piaciuto saper strimpellare qualcosa, così, per suonare sulla spiaggia. Ad un certo punto mi sono reso conto che sebbene gli accordi mi uscissero bene, mi mancava una cosa sola. Una cosa imprescindibile, che ti distingue dal musicista idiota e presuntuoso, che ti porta un po' più vicino ad un musicista che suona live at semaforo: il senso del ritmo.

    Non suonavo. Zappavo. Non facevo scivolare il plettro sulle corde su e giù, armoniosamente, come un qualunque Eric Clapton o un Gigi D'Alessio a caso (Dio mio, anche lui ce la fa). Zappavo bene da Dio, quantomeno. Così, per senso del pudore, ho lasciato. Meglio lasciare, meglio abbandonare che suonare male credendo di suonare bene.

    Quello che non mi manca, dicono, è una voce niente male. Sembra che sappia cantare bene, su certe tonalità. Così ho iniziato a cantare, e mi piaceva, mi piaceva tanto, soprattutto quando mi facevano complimenti. Cantare mi fa sentire bene in certi momenti. Canto quando sto bene, quando sto male, quando sto a metà, canto sempre. E poi non è così impegnativo come lo strumento, basta aprire la bocca e far uscire qualcosa di più simile possibile ad una canzone realmente esistente.

    Poi di essere tanto incosciente ho smesso. La giostra ha iniziato a farmi venire un po' il mal di mare, e anche molto in fretta, tutto questo nel giro di due mesi. Tante piccole certezze sono  venute meno, persone sono andate via, e da un bel castello che avevo tirato su, mi è giusto restato un pugno di sabbia. La classica fase di cambiamento, di passaggio, quella fase che capita a tutti prima o dopo. Quella fase che per la prima volta nella vita puoi davvero dire "sto male". E così, da un giorno all'altro, mi sono ritrovato con così tanti pensieri in testa che ho pensato: "Dio mio, vorrei saper suonare.".

    Niente è perduto. Ho tirato via la zip del fodero, ho estratto la chitarra in letargo, mi sono seduto e ho iniziato ad accordarla. Ho preso lo spartito della versione acustica di Hey Ya e ho iniziato a suonare. Niente, nemmeno a volerlo. Ci sono stato su un pomeriggio intero, diavolo se riuscissi a smettere di zappare. Un po' dispiaciuto, ho rimesso la chitarra nel fodero e sono andato a studiare.

    Ci sono momenti in cui vorrei saper suonare uno strumento. Mi piacerebbe prendere e suonare, così, anche di sera tardi, per non pensare a certe cose. Sono convinto che la maggior parte delle persone che suona uno strumento musicale lo fa per sfogare la propria rabbia attraverso qualcosa di splendido. E' per questo motivo che quando sei molto piccolo o incosciente non hai troppa voglia di imparare a suonare uno strumento musicale, semplicemente perchè non ti va, non ne hai bisogno. Poi arriva sempre il momento in cui sei abbastanza grande per iniziare a capire che nella vita certe cose non te le scrolli di dosso così, su due piedi, così ti viene voglia di suonare qualcosa, ma non ci riesci.

    "E ti tieni la voglia", diceva qualcuno. Ti fai una doccia e vedi che ti passa. Acqua fredda in questi casi, per farti scivolare via tutto quanto, magari anche una lacrima. L'acqua scorre. Mi soffio il naso, e il fiato mi viene per i Killers a mezza voce, per fortuna. Mi viene in mente la maestra di piano. E capisco anche quella donna esaurita, che non si è mai abbastanza vecchi per la musica. Anche se non si sa cantare, anche se non si sa suonare, ogni tanto bisogna farlo, altrimenti non ce la si fa in certi momenti. Bastano anche 5 minuti e il sorriso torna.

     Un secolo fa, un soldato dei nostri in trincea sul Carso era molto preoccupato. I nemici erano vicini e la trincea scarseggiava di rifornimenti. Così ha iniziato a cantare. E un suo compagno di fianco, all'inizio un po' scocciato, sospirò e lo capì. Prese un coltello e incise sulla parete di una roccia umidiccia le parole: "Canta che ti passa".

lunedì 16 luglio 2012

Digitale.

    Dieci anni fa si iniziò a parlare del digitale terrestre. Il Tg1 era ancora il telegiornale più seguito d'Italia e ho ancora nella mente i servizi dei giornalisti sulle conferenze stampa sul digitale terrestre. Mi ricordo che le organizzavano in una sala tutta blu, con una scrivania grande e dietro la scrivania c'erano sempre Berlusconi e altri tipi in giacca e cravatta come lui. Parlavano del Digitale come della rivoluzione tecnologica, dell'avanguardia della televisione di cui il nostro paese si stava fornendo. In quel periodo iniziò la grande corsa all'acquisto dei primi decoder, a cui anche la mia famiglia ha partecipato, anche perchè c'era lo sconto di 50 euro.


    Un giorno papà aveva portato a casa questa scatola con dentro il famoso "decoder di Berlusconi", perchè così lo chiamavano tutti quanti. L'ho aiutato a montarlo e abbiamo iniziato a vedere la tv col digitale. In effetti, la qualità dell'immagine era molto migliore. Finalmente potevo vedere con più dettaglio la maculazione del pelo di Rex e le pieghe della sottana di Don Matteo quando fa il saltino dalla bicicletta. 


    E poi c'erano i canali interattivi, roba che potevi giocare a giochini scemi con il telecomando sui canali che lo permettevano. Per uno stronzetto di quinta elementare, tutto è buono per non fare un cazzo. Anche parcheggiarsi sul divano nei pomeriggi spenti a giocare ai giochini del decoder con la bocca mezza aperta ridotto alla reattività di un pesce agonizzante.


     Poi l'interattività la tolsero, non ne ho mai capito il motivo. E anche i canali ogni tanto iniziavano a non vedersi più. E dire che il digitale doveva essere diverso, dicevano che si sarebbe visto senza problemi tutto il giorno, non come la tv normale che ogni tanto ti faceva il nevischio sul finale del film o sulla puntata di Dragonball. Il digitale il nevischio non te lo fa. Il digitale, quando tutto si sta vedendo bene, di colpo inizia a squittire e a farti uscire rettangoli colorati sullo schermo, il che è fastidioso come il nevischio, solo che a me all'inizio faceva tanto ridere.


    -Quando faranno lo switch-off si sistemerà tutto, si vedrà sempre tutto senza problemi.-. Lo switch-off totale avrebbe segnato di lì a qualche anno la fine di un'era, l'inizio della nuova televisione. Per un bambino scemo come me, lo switch-off, per come ne parlavano, stava assumendo contorni millenaristici. Avrei assistito alla fine della televisione di una volta, avrei visto la televisione e raccontato ai miei figli increduli di quel periodo in cui alla tv c'era il nevischio e qualche volta non si vedeva niente. Wow, pensavo tra una puntata e l'altra di Dragonball.


    Di colpo, poi, del digitale non si parlò più. Spuntò fuori che lo sconto dei 50 euro del decoder di Berlusconi era illegale o qualcosa così, il digitale diventò ormai banale, una cosa che si dà per scontata, senza troppo stupore. Iniziò anche lo switch-off e, dopo anni di torpore, squittii e interferenze a rettangoli, annunciarono la vera novità del digitale. La nuova offerta di canali, canali nuovi, canali eccezionali, roba che non si è mai vista.


    Ormai la tv non mi eccita più di tanto. Sono cresciuto, se voglio vedere qualcosa c'è sempre lo streaming su internet, e poi ho sempre avuto di meglio da fare. Però ero curioso di vedere questi nuovi canali, questa "nuova offerta".


    Un pomeriggio ho acceso la televisione. C'era Enrico Papi che conduceva un'ennesima replica di un quiz tv. Una formula banalissima. Due concorrenti rispondono a delle domande, ma soprattutto giocano ad una specie di roulette gigante, in cui la palla è una palla da basket tutta nera. La maggior parte del tempo della trasmissione consiste nel far vedere il conduttore, i concorrenti e il pubblico guardare questa palla girare attorno alla roulette sperando che cada in una casella verde, gridando tutto il tempo "Ver-de! Ver-de! Ver-de!".


    Ero lì, alle 16 e 30 a guardare un centinaio di persone guardare una palla che gira. E la guardavo anche io. E quella cantilena continua mi stava penetrando. Anche io dicevo "Ver-de! Ver-de!" piano piano, a mezza bocca, ma c'ero anche io. Avevo immaginato il digitale come qualcosa di grande, avevo immaginato questa novità come qualcosa di diverso, che mi avrebbe permesso di vedere quello che volevo io e quando volevo io. Che mi avrebbe dato la libertà di scegliere, almeno cosa guardare.


   La libertà consiste nel guardare Enrico Papi 3 ore prima del solito.

martedì 10 luglio 2012

Dormire.


      Non ho mai capito come mai i miei coetanei vivono il momento del risveglio così dolorosamente. Tutti quelli che conosco e che ho conosciuto mi hanno sempre parlato di una vera e propria fatica di svegliarsi, di un torpore difficile da vincere, del dolore lancinante agli occhi quando accendono la luce, della sensazione di galleggiare in un barile di olio. Mi sono da sempre svegliato senza fatica, alzato dal letto come da una sedia, soddisfatto del mio sonno e sentito il mio corpo attivo come chi ha appena preso un caffè.
       
      Sono passati diversi anni così, finchè un giorno anche io mi sono svegliato male. Anche io appena sveglio ho avuto gli stessi sintomi da sopravvissuto in una catastrofe nucleare, gli occhi appannati, il dolore della luce e tutta quella roba lì. In quel momento ho capito l’importanza del caffè, da quel momento per svegliarmi ho avuto bisogno di un appoggio concreto. Non ne capivo il motivo, ma di colpo era così e non più come era prima.
     
      Nelle mattine a studiare per questo fottuto esame orale, tra un libro e l’altro, non vedevo l’ora che fosse pronto da mangiare per poter avere il tempo, dopo mangiato, di andare a dormire. Neanche questo mi era mai accaduto, come altrettanto stranamente accadeva che, dopo il pranzo, quell’oretta che prendevo per riposare in realtà mi stressava più di ogni altra cosa. Con tutto il ventilatore acceso, non facevo che rivoltarmi nel letto, sudare dalla schiena, cambiare posizione, sudare dalle ascelle, cambiare ancora posizione, sudare dalla pancia, sudare dal naso, sudare dalla fronte finchè il sudore non era così tanto da passare attraverso le sopracciglia e arrivare a bruciarmi gli occhi. Quando, inutilmente, dopo un’ora la sveglia suonava, ero più stanco di prima e costretto ad aprire di nuovo i libri, ad aspettare la sera per riposarmi e, anche di sera, rivivere tutto quello che era successo a pomeriggio. Roba da tossici in astinenza.
      
      Il bello è che per l’esame non ero affatto preoccupato. Non lo sono mai stato, non era l’esame il problema. Il problema era la fatica di prendere sonno e di svegliarsi.  Credo che sia questa la vita dei grandi: avere una giornata di merda in cui lavorare in funzione del momento di riposo, avere il momento di riposo in cui non è possibile riposarsi, finire il momento di riposo e ricominciare a lavorare in attesa del prossimo momento di riposo.

      Non posso negarlo, è tutta colpa dei brutti pensieri. Tutta colpa di quelle cose che se ci pensi non ti fanno concludere un cazzo. E non solo, ma quando ci pensi non ti lasciano proprio più, non ti fanno concentrare su nient’altro che quelle cose. Le cose che non ci dormi la notte.

      Ecco, credo che serva a questo trovare un lavoro, in sostanza. Trovare del tempo in cui avere qualcosa da fare per non pensare durante il giorno a quelle cose che non ci dormi la notte. E tanto più ti stanchi al lavoro, tanto più ti ritrovi con la cera di un caffè annacquato quando riuscirai a trovare tempo per riposarti. E allora sarai così stanco che alle cose che non ci dormi la notte non hai proprio la forza di pensare, così ti metti a dormire e riesci a svegliarti in maniera decente.

       L’altra mattina ho studiato tanto. Ho mangiato un po’, non troppo perché non avevo fame, ho visto la partenza della Formula 1 e mi sono messo a letto con gli occhi chiusi ad ascoltare Gianfranco Mazzoni vomitare commenti per la partenza del Gran Premio di Silverstone. Poi mi sono addormentato quasi subito e mi sono svegliato un’oretta dopo.

       Erano tre mesi che non dormivo così bene.

lunedì 21 maggio 2012

Scemo.

  L'estate è il periodo migliore per conoscere nuove persone. È il periodo in cui si rimorchia, in cui si fanno nuove amicizie, si dorme al sole, si va a pesca e in cui si mostrano gli effetti delle lezioni di quel culturista un po' scemo che dice sempre che "je devi fa' vedé er pettorale, basta che ce metti npo' dde cera e le ragazze vedi come vengono".


  L'altra estate ad una festa ho conosciuto delle persone simpaticissime. Erano un paio di ragazzi  che facevano vedè er pettorale a tutti quelli che incontravano. Del loro pettorale non mi interessava un granché, non li conoscevo e non avevo molta voglia di conoscerli. Poi si sono avvicinati e hanno detto che ero un figo. Io li ho ringraziati, anche se non vedevo niente di speciale nella mia camicia bianca a maniche corte. Poi uno di loro ha fatto una cosa che non potrò mai dimenticare. Ha detto che voleva darmi il cinque, ha alzato la mano, l'ho alzata anche io per ricambiare, poi ha unito tutte e cinque le dita della mano e ha toccato il palmo della mia mano dicendo "Pollo!".


  Allora mi sono messo a ridere, come mai avevo fatto nella mia vita. Ridevo io, e rideva anche lui. Stavo ridendo tantissimo, avevo le lacrime e battevo la mano sulla schiena del suo amico chiedendo tra le lacrime "L'ha...l'hai...l'hai capita?!". Era davvero, davvero lo scherzo più divertente che mi avessero mai fatto. Così, quel simpatico ragazzo mi ha chiesto se lo stessi prendendo in giro. "No, che stai dicendo! Sei un grande, la persona più divertente che abbia mai conosciuto!"
   
   Poi l'estate finisce, arriva l'inverno e inizia la trepidazione per il film dell'anno. Chiaramente, ovviamente, lampantemente, banalmente, se non vai a vedere il film di De Sica di ogni Natale non sei abbastanza italiano. Meriti l'esilio e la revoca del diritto di televoto.


   Così, quello stesso anno, sono andato a vedere il film di De Sica, insieme a degli amici. C'era così tanta gente che gli unici posti rimasti erano quelli della prima fila a sinistra dello schermo. Ma non faceva niente, io c'ero. Quando il film era iniziato, non volava una mosca. Un cast d'eccezione. Iniziano le prime scene e una bambina seduta dietro di me inizia ad anticipare quelle più piccanti. Poi, le sue istantanee chiaroveggenze si avverano una ad una. E, per la gioia, la bambina ride, ride tanto e tira tanti calci allo schienale del mio sedile per il divertimento. E i suoi genitori, come ridono anche loro. La famiglia, la famiglia unita come mai si era visto.


   Un'altra sera sono andato in pizzeria con amici. Con noi c'erano altri ragazzi che non conoscevo. Fatte le presentazioni e le ordinazioni, dopo un po' arriva da mangiare. Il cameriere aveva appena poggiato tutti i piatti, quando uno di quelli che non conoscevo mi dice qualcosa che non capisco. Faccio quasi spontaneamente un "Cosa?" e lui mi risponde con un sonoro "Suca!", così sonoro che tutta la gente nel locale si gira a guardare.


   Lui ride, ride con i suoi amici, anche io rido. Rido proprio tanto, tantissimo, da piegarmi sulla pancia. Loro se ne accorgono, mi guardano sbalorditi, ridono anche più di prima e uno di loro fa all'altro: "Ma questo è scemo?"

sabato 19 maggio 2012

Vecchiaia.

   Sono sempre stato curioso verso il mondo. Le cose oltre i confini, anche politici, mi hanno sempre affascinato. Sapere cosa succede fuori, fuori dall'Italia, nel mondo, anche fare piccoli viaggi in macchina, passando da una regione all'altra. Mi ricordo lo stupore nel vedere per la prima volta il segnale sull'autostrada che segnava il confine tra due regioni. Mi chiedevo se era proprio quello, proprio quello segnato dal cartello il punto esatto in cui qualcosa finiva e ne iniziava un'altra, possibilmente diversa da quella a cui ero abituato. Cambiare realtà, cambiare punto di vista. Era questa la cosa più affascinante, da bambino.


   Gli eventi importanti, quelli grossi, ti fanno uscire in un secondo dalla tua realtà. Ti prendono, ti sollevano di peso e ti portano da un'altra parte in cui, un momento prima, non avresti mai aspettato di trovarti.


   Un pomeriggio stavo guardando i cartoni in tv, poi mi sono annoiato e sono andato a giocare al computer. Giocavo a The Sims, era divertente quel giochino. Si era fatto tardi, così spengo il computer e vado sul divano ad accendere la televisione. Un po' stravaccato, un po' stanco, accendo e fanno il telegiornale sul due. Vedo due torri cacciare tanto fumo e delle immagini mostrare tanta gente che corre, persone ricoperte di cenere e polvere. Gente piena di sangue, qualcosa che mai avevo visto prima. Era morta un bel po' di gente ed io, nel momento esatto in cui stava accadendo, giocavo a fare dio al computer.


   La bocca mi si apre, non me ne accorgo nemmeno. Arriva mio padre, anche lui guarda come me. E una sola domanda mi salta in mente, insieme ad uno strano brivido lungo tutto il corpo. "E ora? Che succede?". Non riuscivo a staccarmi dalla televisione, a vedere quella gente. Terrorismo, neanche quello avevo mai sentito. Una parola dal suono molto forte, terrorismo. Sembra il rumore del torrone masticato in bocca, terrorismo. 


   Poi il tempo è passato, l'allarme terrorismo si è alzato. I treni di Madrid, la metropolitana di Londra. A quelli in Iraq ormai ci si era fatto il callo, ma quelli in Europa, le bombe in Europa erano le scene di sangue in televisione, le sirene, i poliziotti con il giubottino giallo, le ambulanze, la gente che corre. Proprio tutto sotto casa tua, insomma. In Inghilterra, dico, in Spagna, che ci arrivi in due ore e nemmeno.


   Un giorno a scuola, andava tutto bene. A parte i corridoi un po' vuoti, visto che in città c'è una manifestazione strana che non ho capito di che si tratta. Io scherzo e cammino per i corridoi con un mio amico a ricreazione. L'atmosfera è quasi surreale, ma quasi non ci faccio caso. Arrivo in classe e mi dicono che è morta una ragazza in una scuola. É esplosa non appena è scesa dalla corriera. Se l'è mangiata una vampata di fuoco.


   Questa volta è diverso. Non è come Londra, Madrid. No. Non questa volta. Questa volta sono io, che ho 17 anni, e un pugno mi accartoccia dentro. Vai a scuola e muori. Così. Questa volta mi aveva preso molto più di sorpresa delle altre. Questa volta la bomba avevo imparato a conoscerla.


   La bomba invecchia le persone. Nel momento in cui esplode, tanto più ci sei vicino, tanto più ti invecchia. Ti porta avanti nel tempo, come se la morte venisse e ti spingesse in avanti mentre cammini tranquillo. C'è chi se la trova davanti agli occhi, di colpo. C'è chi di colpo la bomba se la trova sotto le scarpe, e la bomba lo invecchia così tanto che non vive più.


   La bomba ha colpito proprio tutti. Stanno tutti zitti zitti, senza dire niente. Il professore tutto d'un pezzo si è sgretolato. Il professore che ha sempre qualcosa da dire, ha sempre la risposta a qualunque domanda, sa sempre cogliere la palla al balzo, non sa cosa dire. "Non era mai successo niente del genere." dice.


   Respiro. Respiro piano, respiro a lungo. Era solo Agosto quando mi dicevo che i 17 anni li avrei dovuti vivere al massimo, prima dei 18. I 17 anni sono strani. Ti fanno fare cose che non hai mai fatto, tutte prima dei 18, prima di passare la porta che dà sul mondo dei grandi. Quando hai 17 anni devi sbrigarti, che i 18 stringono, arrivano sempre più in fretta. I 17 sono pieni di quella gioia di fare, di muoversi, di correre, voglia di respirare quell'aria unica che non potrai più respirare. I 17 sono quelli del "dai dai dai, che sennò chiude!". I 17 sono l'ultima sigaretta.


   Quando mancavano solo quattro mesi ai 18, mi dicevo che in fondo mancava ancora abbastanza, abbastanza per stare ancora tranquilli, per giocare tranquilli. Poi di mesi ne sono mancati tre e mezzo, ma ancora c'era tempo per giocare. Adesso mancano quasi tre mesi. Respiro. Butto fuori l'aria, tiro dentro l'aria. Respiro ancora. Chiudo gli occhi.


    Apro gli occhi e sono più vecchio di tre mesi.