sabato 3 gennaio 2015

Tracce.

     Mi capita di chiedermi cosa sarà di tutto quando andrò via, quando avrò una casa tutta mia e il potere di prescrivere OKi in un qualunque posto della terra. Cosa sarà di questo posto, del mio vicino di casa, di quello di sotto che ha il cane, di quell'altro della fisarmonica, di quelli che ogni anno a capodanno spendono tutti insieme più soldi per i botti che per il cenone. Mi piacerebbe, a volte, avere una specie di telecamera che mi potesse consentire di saperlo. Non per stalking o voyeurismo, la osserverei solo di tanto in tanto, una volta ogni due anni, solo per vedere quanto cambia il paese intorno alla mia casa.

     In ogni posto in cui andiamo lasciamo un'impronta, ma la nostra impronta non sarà mai così profonda come quella che il posto stesso lascia dentro di noi. Anche i dettagli più insignificanti, anche le cose più fastidiose e più infime come il motivo del mattonato di granito delle scale di casa e il tappeto all'ingresso del portone che ha visto tutti gli esecutivi di Berlusconi, quello di Monti e quello di Renzi, anche quelle cose lasciano in noi un'impronta profondissima. Anzi, di solito è di quei dettagli che si ha più nostalgia.

     Non è un caso, infatti, se quando qualcuno va via da una casa, perchè muore oppure perchè si trasferisce, ci si mette molto poco a far sparire ogni traccia della sua permanenza in quel posto. Basta spostare un libro da come lo aveva poggiato lui, buttare una carta su cui c'era la sua grafia, oppure prendere qualcosa che ha usato lui e riporla in un altro posto. Nello stesso istante in cui si cambia qualcosa, la traccia della persona che l'aveva lasciata dov'era viene cancellata indelebilmente. E' passato, non tornerà più.

     Una volta abbandonato un posto, le nostre tracce dentro di esso si cancellano molto facilmente; le tracce che gli altri e il mondo lasciano dentro di noi, invece, sono molto più difficili da cancellare. Anche per quelle, però, basta un soffio, un soffio e non esistono più.

     Un soffio e non ci siamo più neanche noi.

martedì 16 dicembre 2014

Limone.

     Butto una mano sul telefono per farlo stare zitto e le placide dita dell'acqua cercano di fare breccia tra i buchi. Una luce grigia traspare e ha la voce di gocce di pioggia non troppo pesanti che cadono sui motorini, sulle inferriate e sui cassonetti costantemente aperti. Non sarà un risveglio splendido, ma sicuramente migliore di quello dei cori da funerale delle cornacchie. Sono le nove ed è ora di colazione.

     Di solito metto Chopin, i Foo Fighters, le canzoni degli anni '90 o qualcosa di estremamente brutto di cui mi vergogno di nominare la presenza nelle mie playlist, ma stamattina no. Stamattina non c'è bisogno di nulla, la pioggia cade non troppo piano e non troppo forte, ha uno scroscio perfetto. E' come il rumore del vicino che fa la doccia, è un rumore che non spaventa perchè sai cos'è e da dove viene, non è fastidioso, è calmo e dolce, è una poesia di gocce d'acqua. Concilia la pace fino al momento in cui ricordo che, a procurarlo, è il vicino di casa nudo sotto la doccia. Allora sono brividi di ribrezzo e metto i Pantera per non pensarci più.

    Mi vesto piano per non far rumore, per non rompere tanta delicatezza. Esco di casa e vado al bar, è tutto così tranquillo. Il bar è silenziosissimo, saluto il barista e gli chiedo un caffè e un cornetto. Affondo i miei denti nel cornetto di cartone plastificato e socchiudo gli occhi godendo del silenzio calmissimo. Nel bar siamo soltanto io, lui e la guardia assonnata del turno di notte.

     Un fischio fortissimo parte improvvisamente, penetra ovunque e quasi mi manda di traverso la palla di cartone che stavo masticando. Qualcuno aveva acceso la televisione. Non era un canale a caso, no. Era il canale delle televendite. Quel fischio maledetto era il suono che presentava "la nuova linea di prodotti per rimodellare i calli e i duroni, in una nuova elegante confezione che potrete conservare nel vostro bagno". Dopo aver finito di salvarmi la vita con un colpo di tosse, senza pensarci troppo faccio: -Buon appetito a tutti!-. Quasi quasi, era meglio il vicino nudo sotto la doccia.

     Esattamente in questo modo, in questo preciso modo le persone acide si presentano nella nostra vita. Uno è tranquillo per fatti suoi, sta benissimo e la sua giornata è iniziata nel migliore dei modi, finchè una persona acida irrompe nella sua scena e gli rovina tutto. Sfodera la sua lingua affilata e colpisce a destra e a manca per il solo gusto di sentire il sapore metallico del sangue altrui. E'una setta, la Setta del Succo di Limone. I membri della Setta si svegliano e sono felici alla sola idea di ferire a destra e a manca. Godono del potere che sono coscienti di avere, del talento che hanno da quando sono nati.

      Ti chiederai come faccio a sapere tutto questo. Io lo so perchè anche io ho fatto parte di questa invisibile setta di assassini. Hai presente quel videogioco dove stanno i tizi con il cappuccio che si arrampicano sui palazzi, che si buttano in un covone di fieno appena ne vedono uno, che hanno le spade nei polsi e che non gli puoi dire niente perchè fanno tutto per cazzi loro? Ecco, il loro Credo, il Credo degli Assassini si basa su tre regole: "trattieni la lama dalla carne degli innocenti, nasconditi in piena vista, non compromettere mai la Confraternita". Nella Setta del Succo di Limone è tutto al contrario: "infilza la lama solo nella carne degli innocenti, fatti vedere da tutti e fottitene di chi ti sta intorno, anche di quelli acidi come te". Non c'è bisogno che nessuno ti inizi al sacro rito, ti accorgi di essere parte di questa setta per caso, una volta nella vita.

     Un giorno capita che qualcuno davanti a te ti susciti qualche sentimento positivo, eccessivamente positivo, come se avesse voglia di comunicare al mondo tutta la sua contentezza. Spesso mette molta allegria vedere queste persone, oppure suscita un senso di viscerale odio e voglia di vederle cadere per terra e frantumarsi gli incisivi e i canini. Si palesa così la prima fase di avvicinamento a questa strana tendenza, la fase interiore. E' qualcosa che viene prima di tutto da dentro. E' la fase in cui si stabiliscono i bersagli, le persone e le categorie di persone che predispongono a questa voglia maledetta nel momento in cui entriamo a contatto con loro.

     Non è sufficiente, però, avere una voglia o un bisogno. E' anche importante avere una buona creatività al momento giusto per mettere in pratica i nostri più reconditi desideri cattivi. E' un gradino molto grande in cui subentra il talento e l'esercizio, ovvero, la fase creativa. Solitamente si passa in silenzio questa fase, è una fase ancora interiore, ma stavolta è più attiva del semplice sentimento. Si immagina cosa si potrebbe dire a queste persone, si inventa e si prende nota mentalmente di quelli che ci sembrano migliori. I più talentuosi ci riescono immediatamente, i meno talentuosi possono metterci un po' più fatica, ma anche qui è fondamentale l'esercizio. 

     La terza e ultima fase è la fase della pratica. Aiutandosi con la mentalità, con l'esercizio e, qualche volta, con qualche battuta a cui si è pensato un momento prima, si prova a venire fuori nel discorso. Se il risultato è un timidissimo silenzio, non importa troppo: cadere fa parte dell'esercizio, non bisogna demoralizzarsi e riprovare, magari in un altro momento. A meno che chi avete davanti non sia completamente idiota per non capire la natura del vostro intento omicida, se riuscite nel vostro intento avrete reazioni varie. Se la vittima sarà sufficientemente debole, cadrà davanti a voi senza troppi drammi. Viceversa, se la pensa esattamente come voi finirete solo per ringhiarvi contro vicendevolmente. A quel punto, il marchio della confraternita vuole che non si combatta oltre.

     Sono andato avanti così per un annetto buono, con un successo più che discreto. Poco a poco, però, sono arrivato a capire qualcosa di estremamente interessante. Avere un carattere di questo genere è estremamente stancante. Sono uno che, solitamente, è dalla risposta pronta, ma, a lungo andare, anche chi è talentuoso in questo può stancarsi. E' stancante andare in giro e fare sempre lo stesso giochino con tutti, anche con i casi più succulenti. Ha stancato me e ha stancato anche chi mi stava intorno, probabilmente ha stancato prima me e poi gli altri.

     Spesso chi è acido affascina chi gli sta intorno, viene temuto e rispettato. Vi assicuro, però, non c'è nulla di affascinante nell'essere acidi. Si reagisce bene a moltissime situazioni nella vita, può essere estremamente utile (se non indispensabile) in certi altri momenti, ma, il più delle volte, si finisce solo con il terrorizzare. Spesso, le persone acide sempre dicono di non importarsene nulla degli altri. Non è vero, però, degli altri hanno bisogno nel momento in cui vogliono esercitare le loro capacità. La persona acida dipende molto da chi sta ad ascoltarla e diventa ancora più aspra quando non vede sortire il suo effetto. Non lo ammetterà mai, ma spesso è proprio così. La persona acida potrebbe controllarsi, ma il più delle volte non ha mai imparato a farlo o ha "disimparato" a controllarsi.

     Adesso, il più delle volte sono io a controllarmi. Devo ammettere di non essere mai stato un acido sanguinario, non me la prendevo con tutti. Me la prendevo solo quando venivo attaccato, così come tutte le persone normali fanno. In realtà, in questo tempo ho maturato un'altra tendenza, qualcosa che potrebbe essere relegato al mio carattere oppure può essere qualcosa di estremamente condivisibile. Il più delle volte, quando sono attaccato, se della persona che mi sta attaccando non mi importa niente, il suo attacco non mi fa effetto. Non sono mai stato orgoglioso; probabilmente questo aiuta molto, ma non riesco neanche a pensare di agire. 

      Quando poi, invece, capitano le situazioni in cui me ne frega qualcosa, tendo a pensarci un paio di volte su, tendo a pensare al fatto che chi mi sta di fianco potrebbe reggere poco quello che sto dicendo. Se anche allora non me ne frega un cazzo, allora lascio andare la mia lingua, altrimenti sono anche più soddisfatto se riesco ad evitare un'uscita acida.

     Non voglio demonizzare in alcun modo le persone acide. Con tutto quello di cui ho parlato finora mi riferisco alle persone acide sempre e con tutti, che non sono mai in grado di fermarsi e di cui davvero volentieri sbatteresti più e più volte la testa contro il muro. Voglio solo dire come la penso su di loro, ovvero che, il più delle volte, sono persone estremamente fragili. Hanno poche soddisfazioni nella vita, così poche da rendere questo giochino, per loro, divertente.

     Inoltre, essere acidi è contagioso. E' come le carte dei Pokemon: hai chiesto alla mamma di comprartele solo perchè ci giocavano tutti e, chi non le aveva, era solo uno sfigato. Non siamo ancora arrivati a questo livello, ma di questo passo credo che potremo arrivarci. L'acidità è qualcosa che fa figo, qualcosa che rende inattaccabili, mostra una certa sicurezza in tutto. Per quello che credo, in realtà è solo una bella fregatura. Crea dipendenza, quando inizi non smetti più.

     Spesso mi chiedo come mai ci si sforzi tanto di fare cose così faticose come essere acidi, quando, in realtà, è molto più bello farsi scivolare ogni cosa di dosso. Non è mortale ricevere una piccatina acida, non ha mai ucciso nessuno, non capisco come mai sia così importante cercare a tutti i costi di sapersene difendere. Oltretutto, non dare soddisfazione ad una persona acida è spesso il modo migliore per difendersi dai suoi attacchi. Prima o poi si stancherà e, se non dovesse farlo, non sarà un dramma se a questa persona teniamo davvero. Quello dell'acidità dilagante, però, non è un problema, non è un dubbio che mi disturba troppo e, in verità, non mi viene così spesso.

    Probabilmente è che proprio non me ne frega un cazzo.

giovedì 23 ottobre 2014

Domani.

    Una giornata lunga e faticosa
e di soddisfacente non una sola cosa.
Stanco e depresso, siedi sul letto:
"Domani è un altro giorno, sarà più corretto!"

    Ti addormenti, lieto, di questa certezza
ma di una cosa non hai avuto accortezza:
quando domani siederai sulla tazza
dolori e crampi soffrirai
per quegli stronzi che lascerai.

    "Perchè queste cose dici, o poeta di stocazzo?"
Vi chiedo scusa dell'imbarazzo,
volevo dire solo che è buffa l'ironia
con cui lasciamo una giornata da buttar via.
"Domani è un altro giorno", osiamo dire,
come se, ciò che resta di quello prima,
non fosse la merda che faremo in quel giorno.

     Il duro passato, in scioltezza, cerchiamo di scordare,
ignari che, domani, sarà proprio ciò che dovremo defecare.

mercoledì 3 settembre 2014

Confini.

     Una volta stavo andando in Campania con la macchina. Ero piccolo e il mondo mi sembrava più grande di quanto in realtà sia. Non ero più nella pelle di aspettare il momento in cui, con la macchina, avremmo varcato il confine con la Puglia, mi sembrava qualcosa di epico ed inimmaginabile. Oltretutto, era il primo confine che avrei superato nella mia vita.

     Il viaggio era noiosissimo, sentivo il sonno poco a poco scivolare sulle mie membra, però combattevo per restare sveglio e guardare il momento in cui sarebbe accaduto. Ad un tratto, scorgo in lontananza un cartello un po' diverso dagli altri. Era tutto verde, in alto c'era una scritta con una grande X rossa e in basso una scritta bianca scoperta.

    Poco a poco la macchina si avvicina ed inizio a scorgere che la scritta barrata fosse "Puglia" e quella scoperta fosse "Campania". Il mio cuore tremava di metro in metro, il cartello era sempre più vicino al mio finestrino e facevo il conto alla rovescia. 3, 2, 1...Campania!

      Non mi sembrava vero. Non ero sicuro di essere davvero in Campania, mi sembrava tutto uguale a prima. Mi giro a guardare dal vetro posteriore se fosse così anche al contrario. In effetti, c'era un altro cartello con la scritta "Campania" barrata e la scritta "Puglia" scoperta. Non mi sembrava possibile, eppure ero in Campania, non era più Puglia, non si poteva negare.

     Mi sembrava strano che ci fosse solo un cartello a delimitare i confini tra due regioni. Fuori da quell'autostrada, come avrebbero fatto le persone a capire se fossero in Puglia o in Campania? Un pastore con il pascolo nei boschetti a ridosso di quel tratto di autostrada come avrebbe fatto a capire se le sue pecore mangiassero erba di Puglia o erba di Campania? Tutto sommato, immaginavo una grande linea rossa che delimitasse le due regioni, ma con dei confini così labili sarebbe stato tutto molto più confuso.

     Il problema dei confini e dei limiti è che sono concetti a volte astratti e a volte concreti. A meno che non ci sia una linea rossa ben precisa, non si può mai sapere se si è da un lato o dall'altro del confine stesso. Nella maggior parte dei casi, non esistono linee rosse a definire un confine. Anche se esistessero, poi, bisognerebbe vedere con quale perizia siano state tracciate, se davvero delimitino nel modo esatto una zona rispetto ad un'altra.

     Non siamo in grado di vedere un limite, ma senz'altro siamo in grado di capire quando l'abbiamo superato. Anzi, è l'unico caso in cui il limite ci è ben chiaro, stampato a chiari simboli. Prima di averlo varcato sappiamo della sua esistenza, ma soltanto dopo averlo fatto siamo in grado di vederlo.

     E' per questo che i limiti non sembrano esistere, non sembrano preoccuparci, almeno fino a quando non li superiamo.

sabato 30 agosto 2014

Cavalli.

     Mi è sempre parso molto crudele vedere dei cavalli coinvolti in delle competizioni sportive. Ogni volta che mi capita, penso ai cavalli da corsa e a tutta la robaccia che gli danno per farli più muscolosi, al modo in cui sono addestrati, penso a quanto corrono quelle povere bestie al Palio di Siena e mi dispiace di cuore, anche perchè magari, loro, degli umani si fidano e poi li trattano così. Le uniche competizioni che mi hanno dato sensazioni diverse sono quelle olimpioniche.

    Lì è tutto molto diverso, gli atleti non stanno mica con la canottona aderente, non hanno scritto "Despar" sotto il numero, non mostrano cosce depilate e non fanno i balletti alla Bolt. Stanno tutti bardati come i samurai, girano inespressivi come i manichini della conbipel all'interno di stadi in cui la gente fa silenzio che sembra quasi una chiesa. Che poi ti viene pure spontaneo da pensare a quanto poco, apparentemente, abbia in comune quell'ambiente con un tipico ambiente sportivo.

     Insomma, negli stadi la gente ha sempre fatto casino, ha perso la voce e si è vestita come a carnevale senza curarsi di perdere ogni briciolo di dignità. I campioni, poi, sono sempre stati quei montatoni col sorrisone, eroi tratteggiati al grassetto tipo i cartoni fighissimi, quelli che tutti vorrebbero diventare e a cui si ispirano quando si pompano in palestra. Con i cavalli, invece, è tutto il contrario. I tifosi, gli atleti, tutti si comportano in maniera estremamente composta, in silenzio come se fossero repressi, come se le loro menti fossero sotto il controllo di qualche supercomputer alla Grande Fratello.

     Il motivo di tutto questo è molto intuibile. Rientra, a mio avviso, nella naturale forma di rispetto che il pubblico e gli stessi atleti hanno per i cavalli. Sarà per questo che, quando trovo delle gare olimpiche con i cavalli, mi fermo sempre a guardare. Anche i commentatori pesano le parole, parlano piano come se ci fosse un bambino che dorme vicino a loro. E' tutto estremamente composto e rilassato, quasi non ce lo si aspetta.

     Il fantino samurai è tutto curvo sul cavallo, che fa su e giù con la testa e, zoccolata dopo zoccolata, raggiunge un ostacolo, spinge con tutti i suoi muscoli dalla forma perfetta, lo supera e poi avanti ancora, su e giù con la testa come se gli servisse per motivarsi. Tutti zitti, tutti in silenzio, anche alla fine, anche quando prende la medaglia d'oro, il fantino sorride come se avesse vinto un tostapane, il cavallo sempre su e giù con la testa.


     Poi magari dopo gli danno pure la doppia porzione di fieno e non capisce neanche il perchè. Mangia, mangia che è buono!

mercoledì 6 agosto 2014

Necessità.

Ho appena scoperto di essere arrivato a 6000 visite. Nonostante abbia ridotto la cadenza degli aggiornamenti, nonostante abbia cambiato (e cambierò) con altrettanta frequenza (e repentinità) il mio stile di scrittura, ringrazio chiunque abbia avuto il buon cuore, la voglia e, soprattutto, la pazienza di stare a sentire ciò che avevo, che ho e che avrò da dire.

Sperando di non annoiarvi mai e di darvi sempre emozioni nuove, ancora grazie.
E ora, via con il post.
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    Può accadere, qualche volta, che chi ti sta accanto abbia davvero bisogno di te senza che te lo chieda. Te ne accorgi all'improvviso, senti di poter fare qualcosa.

    Ed è proprio in quei momenti che dovrai fare di tutto per essere utile, con la certezza che probabilmente non riceverai neanche un "grazie", la probabilità di essere trattato anche un po' male per la tua presa di posizione e di sentirti dire cose che non vorresti sentire, eppure è proprio allora che senti dentro la necessità di agire, di fare qualcosa.

    In quel momento è forte la tentazione di rispondere male, dare fiammate di acidità e fuggire dal mondo per tornare ai fatti propri. Saresti perfettamente in grado di farlo, ma in quel momento, se sei cosciente della concreta possibilità di risolvere qualcosa, decidi di correre un rischio.

    Rischi la derisione, l'umiliazione, sensazioni ancora peggiori delle precedenti. Non sei per nulla sicuro di riuscire, ma sei senz'altro sicuro che è tutto ciò che puoi fare. La mano trema, la gola anche, il sangue scorre più forte e, se non lo hai mai fatto, potresti anche iniziare a incrociare le dita, ma il tuo passo dovrà essere sicuro e implacabile. Chi agisce deve essere sicuro di ciò che fa, se agisce per esitare può solo fare danni.

    Se fallirai, andrai avanti e vedrai qualcosa che ti dispiacerà, probabilmente affronterai le ore e i giorni seguenti a chiederti se sarebbe stato meglio stare fermi. Non sai cosa accadrà se avrai successo, non stai neanche a chiedertelo, speri solo che, ad ogni modo, accada la cosa migliore.

   Se proprio in quel momento in cui l'attesa è più trepidante, la paura è massima, se proprio allora il karma, la Legge di Murphy, le maledizioni dei post su facebook, la spietata ironia dell'universo intero deciderà di avere pietà di te e tutto andrà davvero, per una volta sola, per il meglio, ecco che ogni paura colerà via come la neve al sole. Camminerai e tornerai al tuo lavoro con una preoccupazione in meno.

    Nessuno ti ringrazia, nessuno riconosce il tuo lavoro. Passo dopo passo, torni a ciò che facevi prima, ripensi a ciò che è successo e a ciò che hai fatto fino a scontrarti con un'ultima consapevolezza, pesante come un blocco di marmo: se non ci fossi stato tu, per davvero non sarebbe finita nel migliore dei modi.

    In questi rari momenti, quelli come me sentono il bisogno estremo di fumare una sigaretta.

giovedì 26 giugno 2014

Patatine.

     L'umanità è come le patatine con la sorpresa.

     All'inizio le vedi in giro e non ti dicono nulla, finchè un giorno i tuoi non te ne portano un pacco a casa. Scarti, mangi, la sorpresa ti piace e improvvisamente ne vai pazzo.


     Metti in croce i tuoi per averne ancora, sia per le sorprese che per le patatine. Non vorresti niente altro, nulla se non quelle patatine con quelle sorprese. A volte non ti piacciono neanche, ma sembri proprio non rendertene conto, dopotutto sei convinto di avere tra le mani le patatine migliori che ci siano.


  A   nno dopo anno, diventando grande, capisci dell'inganno del prezzo troppo elevato di pacchi riempiti con piú aria che patatine, capisci che le sorprese non sono tutta questa gran cosa e, in qualche modo, ti abitui all'oggettività dei fatti. Non ti danno piú lo stesso entusiasmo, per qualche anno smetti anche di comprarle.


   Ar   riverà sempre il momento, però, in cui le comprerai un'altra volta. Magari avrai anche un'indipendenza maggiore rispetto all'ultima volta in cui le hai consumate, non te le compreranno i tuoi genitori. Costeranno sempre troppo, però le comprerai lo stesso.


   Saprai già che, anche stavolta, la sorpresa sarà qualcosa di inutilizzabile e dall'inevitabile fragranza di petrolio e di scantinato in un sobborgo di Taipei, ma non è per avere sorprese che ti troverai con quel pacco di patatine in mano.


   È solo che tutti, prima o poi, abbiamo voglia di patatine. Magari, una volta tanto, varranno davvero  il prezzo che costano. Magari un operaio ci avrà fatto cadere per sbaglio un anello col diamante al posto di un pezzo di plastica a forma di un brutto topo antropomorfo.


   O forse no.